Sicurezza
Senza e-mail certificate, a Normale e Sant'Anna le sanzioni di Brunetta
Gianluca Campanella
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Quasi un paradosso per Normale e SantAnna finire nella lista nera di Brunetta per la Pec mancata 3 MINUTI DI LETTURA
PISA. Circa 250mila persone hanno richiesto spontaneamente l'attivazione della Posta elettronica certificata del governo (Pec, per gli amici): sono diventati e-cittadini e lo Stato li riconosce anche nella comunità telematica. Le pubbliche amministrazioni, invece, sono obbligate. Ebbene a Pisa - città vanto dell'informatica - tre hanno "dimenticato" di farlo. E sono, insieme all'Asl, l'emblema stesso dell'innovazione e cioè Normale e Sant'Anna. Troppo per il ministro Renato Brunetta, che non perdona e le ha messe alla gogna mediatica, annunciando ispezioni e sanzioni. Il Pec-day era scattato il 26 aprile: file di gente alla posta per farsi identificare e ottenere una casella e-mail con cui mandare gratis raccomandate virtuali su internet, che hanno lo stesso valore legale di quelle tradizionali. Ora la calca è passata, ma l'entusiasmo a Brunetta è rimasto, al punto che il ministro anti-fannulloni ha deciso di bacchettare gli inadempienti. Così, sul sito del Ministero per la pubblica amministrazione e l'innovazione, il "nostro" spende solo due parole per le 11mila p.a. disciplinate. E sbatte in home page l'elenco dei 196 cattivi. E qui desta sorpresa la presenza, fra 56 università, dei due poli d'eccellenza del sistema accademico nazionale: Scuola Superiore Sant'Anna e Scuola Normale Superiore; si mimetizza meglio, tra 74 Asl, la locale azienda sanitaria. Il ministro, bontà sua, aggiunge: «È utile ricordare come la "Riforma Brunetta della P.a." (Dlgs n.150/2009) preveda espressamente che il mancato assolvimento degli obblighi relativi alla Pec influisca negativamente ai fini della valutazione della performance individuale e organizzativa per la corresponsione della retribuzione di risultato». Autocitazione a parte, la sua «lista nera» (sic) è a fin di bene: adeguatevi e beccherete gli incentivi. Ma il "nostro" ha una reputazione da difendere e inserisce un elemento di dietrologia: «Molto spesso le p.a. detengono da diverso tempo gli indirizzi di pec, ma si rifiutano di pubblicarli per non dover poi adeguatamente riorganizzare i propri uffici nell'azione di risposta tempestiva alle richieste dei cittadini». Pertanto urge un castigo adeguato, perché gli «inadempienti non hanno alcun alibi e nei loro confronti si sta attivando l'Ispettorato della Funzione pubblica». In concreto, chi rischia e cosa? Spulciando il Dlgs n.150/2009, all'articolo 11 si legge che il «mancato assolvimento degli obblighi di pubblicazione» fa scattare il «divieto di erogazione della retribuzione di risultato ai dirigenti preposti agli uffici coinvolti». E qui c'è il paradosso: a norma del Dlgs n.82/2005, le p.a. hanno l'obbligo di attivare una casella pec istituzionale (art. 47) e di pubblicarla sul sito (art. 54). Allora, se la pec non c'è: il direttore amministrativo, rappresentante istituzionale della p.a., avrebbe dovuto farla attivare, ma forse si salva. Se la pec c'è, ma l'indirizzo «non è pubblicato sul sito»: il dirigente dell'Ufficio servizi informatici «è collocato nella fascia di merito bassa, alla quale non corrisponde l'attribuzione di alcun trattamento accessorio collegato alla performance individuale» (Dlgs n.150/2009, art. 19). Presto conosceremo i risultati delle ispezioni e quanto sono accurate: il dirigente informatico potrebbe anche non essere stato avvisato della pec, perché qualcuno non aveva ancora riorganizzato gli uffici. Intanto, una certezza: nessuno è perfetto (eccellenti compresi).
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