Il Tirreno

Pontedera

Innovazione e ricerca per girare la chiave della nuova Pontedera

Manolo Morandini
Da sinistra Giovannino Agnelli, Carletto Monni ed Enrico Rossi all’uscita della Piaggio; sotto Giovanni Bonadio
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Da sinistra Giovannino Agnelli, Carletto Monni ed Enrico Rossi all’uscita della Piaggio; sotto Giovanni Bonadio

Una crisi fortissima, una conflittualità aspra, un tessuto industriale a rischio rovina, la prospettiva di trasferire le nuove officine meccaniche a Nusco, perché Piaggio poteva usufruire degli aiuti di Stato per il Mezzogiorno

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PONTEDERA. Una crisi fortissima, una conflittualità aspra, un tessuto industriale a rischio rovina, la prospettiva di trasferire le nuove officine meccaniche a Nusco, perché Piaggio poteva usufruire degli aiuti di Stato per il Mezzogiorno. È in questo panorama grigio di metà anni Novanta che ha preso forma la Pontedera di oggi. Ma che ne è stato a distanza di quindici anni del progetto che si prometteva di cambiare la realtà industriale di Pontedera e di diventare il prototipo di un modello da esportare?  Una scuola prestigiosa, un ente locale e una grande azienda. Tre soggetti per un progetto di sviluppo territoriale che ha scommesso su ricerca e innovazione. La molla che fece restare le officine scaturì dalla «visione illuminata di Giovanni Alberto Agnelli e dell'allora sindaco Enrico Rossi - dice Giovanni Bonadio, che del "Progetto Pontedera" è stato il responsabile - C'era bisogno di nuovi spazi per lo stabilimento: furono individuati nell'aeroporto militare inutilizzato». Ma erano necessarie anche infrastrutture e una «cultura della ricerca collegata all'industria. Fu così che Pontedera, la Provincia, Piaggio e le associazioni di categoria crearono Pont-tech: crearono strumenti per battere la nascente globalizzazione».  Dall'idea alla realizzazzione il passo non è stato breve. Eppure, i segni di un nuovo rapporto tra città e Piaggio sul territorio sono molti. I capannoni dell'azienda sono ancora incastrati ma non più tra la città e la pista dell'aeroporto militare. Alle spalle degli storici edifici ci sono le nuove officine meccaniche e soprattutto un'area industriale in espansione. La Scuola Sant'Anna ha installato i suoi laboratori di ricerca nei capannoni dismessi dello stabilimento. La ferrovia non è più la barriera che tagliava in due la città. «Quel progetto è il segno di un'impostazione culturale - dice Bonadio - Per affrontare il rischio delocalizzazione si scelse la via dello sviluppo e non quella dell'assistenzialismo e della difesa delle posizioni, che avrebbe solo rallentato l'allontanamento di Piaggio». E aggiunge: «È un dato di intelligenza politica che va riconosciuto a Rossi. Non si è limitato a gestire il territorio con i suoi problemi. L'ottica è stata quella di una visione globale della collettività e dei suoi bisogni, che si soddisfano se si determinano le condizioni per lo sviluppo economico».  Certo anche in Valdera ci sono i segni della crisi ma se il tessuto produttivo sta reggendo un po' si deve anche a quel processo di rivoluzione. Un processo non indolore ma che nel tempo si è rivelato necessario e strategico. «Scioperarono con noi, in corteo, il sindaco Rossi e il presidente della Regione Vannino Chiti. Spostare le meccaniche lontano da Pontedera voleva dire chiudere la Piaggio, significava allontanare il motore dalla Vespa», dice Franco Marchetti, che partecipò per la Fiom in prima persona alla lunghissima trattativa che si concluse poi con la firma dell'accordo del 1995. «Ognuno si assunse la sua responsabilità - sostiene - La grande intuizione amministrativa fu di sostenere l'innovazione con gli strumenti propri di un'amministrazione comunale, quelli urbanistici». E conclude: «Anche per la Toscana la ricetta del resistere non sarà sufficiente. Rossi lo sa bene».

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