Finanza
SANTO PIETRO BELVEDERE
«Non siamo dei terroristi»
◗
Il casolare dove è avvenuto il blitzUn giorno in questura, poi liberi. Sono tornati all'agriturismo di Santo Pietro Belvedere i circa 70 giovani curdi trattenuti in questura dopo il blitz scattato all'alba di venerdì, con l'intervento di un elicottero e di circa 150 poliziotti che hanno fatto irruzione con tecniche militari nelle camere della "Tenuta Quarrata"
3 MINUTI DI LETTURA
SANTO PIETRO BELVEDERE. Un giorno in questura, poi liberi. Sono tornati all'agriturismo di Santo Pietro Belvedere i circa 70 giovani curdi trattenuti in questura dopo il blitz scattato all'alba di venerdì, con l'intervento di un elicottero e di circa 150 poliziotti che hanno fatto irruzione con tecniche militari nelle camere della "Tenuta Quarrata".
L'indagine, condotta dalla procura di Venezia, ha portato la polizia in Valdera già a dicembre, dove si sarebbe svolto un primo seminario (che gli inquirenti considerano una sorta di pre-campo) in vista del raduno di curdi organizzato nell'agriturismo sulle colline di Capannoli.
Tra i 69 curdi trovati nella struttura turistica, tutti simpatizzanti del Pkk, partito dei lavoratori curdi incluso nelle liste terroristiche dell'Unione europea, due sono stati arrestati dalla polizia in quanto raggiunti da precedenti provvedimenti di espulsione. La notte del blitz invece erano stati arrestati quattro curdi (uno abita a Palaia), accusati di terrorismo internazionale e considerati, con ruoli diversi, particolarmente attivi all'interno di un'organizzazione che, secondo l'accusa, reclutava nuove leve da inserire tra i guerriglieri del Pkk. Tre curdi sono a disposizione dell'ufficio immigrazione della questura di Pisa per ulteriori accertamenti sul loro status in Italia. Gli altri curdi fermati sono stati rilasciati perché regolarmente presenti in area Schengen con permessi francesi e tedeschi, svizzeri e italiani. «Siamo rimasti in questura fino alle 23,30, abbiamo rifiutato il cibo, volevamo sapere perché ci trattenevano - dicono -. Ora siamo qui a prendere le nostre cose prima di tornare alle nostre case».
Le fotografie, diffuse dalla questura, mostrano ragazzi armati, evocano scenari di guerra. Sono state sequestrate nell'agriturismo, insieme a libri sulla cultura curda, che gli inquirenti ritengono servissero per indottrinare le reclute. «Quelle fotografie - accetta di parlare solo un profugo di 25 anni, che abita a Volterra e insegna teatro - sono di nostri fratelli. Figli di conoscenti. Sono i nostri partigiani, sono state scattate sulle montagne. Sono giovani che combattono per la causa curda. Noi non abbiamo niente a che fare con l'islamismo o Al Qaeda. Siamo un popolo in diaspora per motivi che ormai sono chiari. Ci vogliamo unire, e la nostra presenza nell'agriturismo serviva a questo, per ritrovare la nostra cultura, combattiamo per la libertà».
I giovani rilasciati dopo il blitz raccontano che l'agriturismo era stato prenotato e pagato anticipatamente per circa un mese per quello che loro considerano un "ritrovo culturale". «È vero: abbiamo studiato la storia del popolo curdo, la lingua, la nostra tradizione. Non dimenticate che siamo qui per motivi politici e che non possiamo vivere in Turchia. Noi siamo simpatizzanti del Pkk, che è nato solo dopo che la Turchia ha occupato la nostra terra. Non vogliamo essere considerati terroristi, non facciamo niente contro l'Europa, questa è una questione che deve essere risolta in Turchia».
Intanto, l'indagine va avanti con l'esame del materiale sequestrato.
S.C.
L'indagine, condotta dalla procura di Venezia, ha portato la polizia in Valdera già a dicembre, dove si sarebbe svolto un primo seminario (che gli inquirenti considerano una sorta di pre-campo) in vista del raduno di curdi organizzato nell'agriturismo sulle colline di Capannoli.
Tra i 69 curdi trovati nella struttura turistica, tutti simpatizzanti del Pkk, partito dei lavoratori curdi incluso nelle liste terroristiche dell'Unione europea, due sono stati arrestati dalla polizia in quanto raggiunti da precedenti provvedimenti di espulsione. La notte del blitz invece erano stati arrestati quattro curdi (uno abita a Palaia), accusati di terrorismo internazionale e considerati, con ruoli diversi, particolarmente attivi all'interno di un'organizzazione che, secondo l'accusa, reclutava nuove leve da inserire tra i guerriglieri del Pkk. Tre curdi sono a disposizione dell'ufficio immigrazione della questura di Pisa per ulteriori accertamenti sul loro status in Italia. Gli altri curdi fermati sono stati rilasciati perché regolarmente presenti in area Schengen con permessi francesi e tedeschi, svizzeri e italiani. «Siamo rimasti in questura fino alle 23,30, abbiamo rifiutato il cibo, volevamo sapere perché ci trattenevano - dicono -. Ora siamo qui a prendere le nostre cose prima di tornare alle nostre case».
Le fotografie, diffuse dalla questura, mostrano ragazzi armati, evocano scenari di guerra. Sono state sequestrate nell'agriturismo, insieme a libri sulla cultura curda, che gli inquirenti ritengono servissero per indottrinare le reclute. «Quelle fotografie - accetta di parlare solo un profugo di 25 anni, che abita a Volterra e insegna teatro - sono di nostri fratelli. Figli di conoscenti. Sono i nostri partigiani, sono state scattate sulle montagne. Sono giovani che combattono per la causa curda. Noi non abbiamo niente a che fare con l'islamismo o Al Qaeda. Siamo un popolo in diaspora per motivi che ormai sono chiari. Ci vogliamo unire, e la nostra presenza nell'agriturismo serviva a questo, per ritrovare la nostra cultura, combattiamo per la libertà».
I giovani rilasciati dopo il blitz raccontano che l'agriturismo era stato prenotato e pagato anticipatamente per circa un mese per quello che loro considerano un "ritrovo culturale". «È vero: abbiamo studiato la storia del popolo curdo, la lingua, la nostra tradizione. Non dimenticate che siamo qui per motivi politici e che non possiamo vivere in Turchia. Noi siamo simpatizzanti del Pkk, che è nato solo dopo che la Turchia ha occupato la nostra terra. Non vogliamo essere considerati terroristi, non facciamo niente contro l'Europa, questa è una questione che deve essere risolta in Turchia».
Intanto, l'indagine va avanti con l'esame del materiale sequestrato.
S.C.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
