La manifestazione
in un libro le sfide storiche di Terricciola
Quella cara palla a bracciale
Filippo Bernardeschi
Non c'è niente da fare, il pallone gli italiani ce l'hanno nel sangue da sempre. Con tutte le conseguenze del caso, litigi compresi. Quello di cui parliamo è, infatti, in termini di notorietà, il precursore del calcio. La "palla a bracciale", definita allora anche "giuoco del pallone", era un antico sport di cui la Toscana è stata la culla per almeno 200 anni
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TERRICCIOLA. Non c'è niente da fare, il pallone gli italiani ce l'hanno nel sangue da sempre. Con tutte le conseguenze del caso, litigi compresi. Quello di cui parliamo è, infatti, in termini di notorietà, il precursore del calcio. La "palla a bracciale", definita allora anche "giuoco del pallone", era un antico sport di cui la Toscana - e in certa misura Terricciola - è stata la culla per almeno 200 anni. Una tradizione che affonda le sue radici in un passato lontano, ma molte tracce sono rimaste sul nostro territorio e Carlo Rossi, consulente ed esperto di storia locale, le ha raccolte in un libro edito da Cld Libri, raccontando come prima dei gol dei vari Totti e Del Piero, a infiammare i cuori fosse un bracciale aculeato.
Le origini. «Le più antiche testimonianze del gioco, per quel che riguarda Terricciola, le troviamo nella prima metà del '700 - racconta Rossi - sebbene sia noto che lo sport fosse praticato ben prima, addirittura ai tempi dei romani. In Toscana, era particolarmente diffuso. A Firenze, i campi erano invasi e facevano il tutto esaurito. A Terricciola abbiamo avuto un campione di fama mondiale: Amedeo Baroni, che rappresentò l'Italia a New York».
Le regole del gioco. La partita si svolgeva con tre atleti per squadra (battitore spalla e terzino) e consisteva nel colpire la palla con il bracciale, una sorta di guanto chiodato in legno con impugnatura interna. La palla poteva essere rispedita nel campo avversario in modo diretto, oppure di sponda, facendola rimbalzare su un muro laterale. «Per certi versi era simile al tennis - spiega Rossi - i match erano divisi in set e il battitore, per prendere lo slancio, si serviva di una pedana detta "trampolino". A Terricciola coincideva con la strettoia a fronte del Piazzone chiamata "ruga".
Lo "sferisterio" di Terricciola. Ed era proprio piazza Matteotti il centro nevralgico. Qua era situato lo sferisterio, cioè il campo da gioco: «Le partite coinvolgevano nobili e popolani - continua l'autore - molte delle case confinanti appartenevano a famiglie agiate: alcune cercarono di proibire le partite, intentando una causa». Ma i giocatori non se la passavano male: «La palla a bracciale non era considerata un lavoro, ma un po' come oggi i più bravi ricavavano un bel gruzzolo ricevendo una percentuale sui ricavi delle partite, e godevano di grande popolarità».
Primo di quattro fratelli, nato a Terricciola intorno agli anni Venti dell’800 da una famiglia di ricchi possidenti terrieri, Amedeo Baroni è forse il campione per antonomasia nella storia della palla a bracciale. Le sue gesta hanno scaldato gli animi di tutta la Toscana, poi di gran parte della nazione e infine anche aldilà dell’oceano, quando, nel 1877, i soci del club italiano del pallone lo invitarono a visitare la città di New York.
Fu un successo: «Al termine del soggiorno - spiega Rossi nel suo libro - e dopo innumerevoli partite giocate e vinte, gli fu rilasciato un attestato nel quale Baroni veniva nominato per acclamazione presidente onorario». Insomma, l’italiano si faceva riconoscere già allora per la passione sportiva. Ma le gesta e il prestigio di Baroni partono prima di tutto dal nostro territorio. Oggi, a Pontedera vive una discendente di questo atleta d’altri tempi. Si chiama Giovanna Gherardi Del Testa.
In buona parte le testimonianze di questo gioco sono dovute a lei: «Per quel che so - ci racconta - Amedeo Baroni si dedicò completamente a questo sport. Era un vero appassionato e ricevette numerose onorificenze, anche da parte di tifosi bresciani». Se da una parte Rossi sostiene che i giocatori del tempo avevano i loro guadagni, la Gherardi ricorda l’avo come un po’ spendaccione: «Proveniva da una famiglia benestante e spendeva un sacco in viaggi, sempre a scopo agonistico. Lo stesso viaggio americano intaccò parecchio il capitale».
America a parte, in quegli anni il gioco si diffuse in tutta la Valdera. La squadra più famosa si ritrovava a praticare in Val di Cava, nella fattoria dell’onorevole Nello Toscanelli, dove si disputavano le migliori partite dell’epoca. Nello sferisterio ancora oggi esistente davanti alla Villa è visibile una targa commemorativa. A chi non è capitato, almeno una volta giocando a pallone, di colpire una finestra, o una parete, e di veder uscire il proprietario inferocito? Se si fa un salto nel passato di quasi 200 anni le cose non cambiano molto. La storia si ripete.
Solo che qua non furono un gruppo di ragazzini movimentati i protagonisti, ma un intero paese, con l’aggiunta di spettatori forestieri. Insomma, grazie a quello che fu il precursore del tennis e l’equivalente del calcio, Terricciola conobbe un lungo periodo di contenziosi e dispute legali, che sfociò, nel 1862, in una causa intentata dalla comunità contro la prefettura di Pisa e tre privati cittadini che avevano chiesto la soppressione del gioco. «Piazza Matteotti era circondata da un fosso - Rossi ripercorre le tappe della disputa - e dietro di esso sorgevano le abitazioni di alcuni importanti notabili, che venivano in villeggiatura a Terricciola proprio durante il periodo più “caldo”.
Questi nobili, fra cui il cavalier Macinghi, le famiglie Lami e Dell’Angelo, ampliarono le loro abitazioni facendole avanzare di cinque metri. Ora, dato che la palla si faceva rimbalzare proprio su quelle pareti, e dato che i proprietari avevano aperto finestre in quel punto, ciò che seguì è facile immaginarlo». Una vera e propria guerra giudiziaria. I cittadini di Terricciola non gradirono tanta ostilità e fecero di tutto per evitare che venisse impedito loro di giocare nella piazza principale del paese.
D’altra parte i notabili non avevano tutti i torti: «E’ chiaro - scrive Rossi - che giocando in una piazza con un pallone in pelle di capra del diametro di circa 31 centimetri e del peso di 750 grammi, probabilmente i problemi creati non erano pochi». Oggi c’è chi si lamenta della lunghezza dei processi, ma anche allora non si scherzava: «I paesani diedero il via a una raccolta firme a favore della continuazione: in tutto le sottoscrizioni furono 359. Tuttavia la causa si riaccese ogni qual volta c’erano delle trasformazioni in corso: dalla rivoluzione francese ai moti rivoluzionari fino all’unità d’Italia».
La causa arrivò addirittura in Consiglio di Stato a Firenze e si concluse con una sentenza favorevole nei confronti di chi ci teneva a divertirsi con palla e bracciale. Oggi il gioco in Toscana è scomparso e Rossi se ne rammarica: «Sarebbe bello - conclude - se il Comune di Terricciola o la cittadinanza organizzassero una partita per rievocare la tradizione che ha allietato tanto i nostri avi».
Le origini. «Le più antiche testimonianze del gioco, per quel che riguarda Terricciola, le troviamo nella prima metà del '700 - racconta Rossi - sebbene sia noto che lo sport fosse praticato ben prima, addirittura ai tempi dei romani. In Toscana, era particolarmente diffuso. A Firenze, i campi erano invasi e facevano il tutto esaurito. A Terricciola abbiamo avuto un campione di fama mondiale: Amedeo Baroni, che rappresentò l'Italia a New York».
Le regole del gioco. La partita si svolgeva con tre atleti per squadra (battitore spalla e terzino) e consisteva nel colpire la palla con il bracciale, una sorta di guanto chiodato in legno con impugnatura interna. La palla poteva essere rispedita nel campo avversario in modo diretto, oppure di sponda, facendola rimbalzare su un muro laterale. «Per certi versi era simile al tennis - spiega Rossi - i match erano divisi in set e il battitore, per prendere lo slancio, si serviva di una pedana detta "trampolino". A Terricciola coincideva con la strettoia a fronte del Piazzone chiamata "ruga".
Lo "sferisterio" di Terricciola. Ed era proprio piazza Matteotti il centro nevralgico. Qua era situato lo sferisterio, cioè il campo da gioco: «Le partite coinvolgevano nobili e popolani - continua l'autore - molte delle case confinanti appartenevano a famiglie agiate: alcune cercarono di proibire le partite, intentando una causa». Ma i giocatori non se la passavano male: «La palla a bracciale non era considerata un lavoro, ma un po' come oggi i più bravi ricavavano un bel gruzzolo ricevendo una percentuale sui ricavi delle partite, e godevano di grande popolarità».
Primo di quattro fratelli, nato a Terricciola intorno agli anni Venti dell’800 da una famiglia di ricchi possidenti terrieri, Amedeo Baroni è forse il campione per antonomasia nella storia della palla a bracciale. Le sue gesta hanno scaldato gli animi di tutta la Toscana, poi di gran parte della nazione e infine anche aldilà dell’oceano, quando, nel 1877, i soci del club italiano del pallone lo invitarono a visitare la città di New York.
Fu un successo: «Al termine del soggiorno - spiega Rossi nel suo libro - e dopo innumerevoli partite giocate e vinte, gli fu rilasciato un attestato nel quale Baroni veniva nominato per acclamazione presidente onorario». Insomma, l’italiano si faceva riconoscere già allora per la passione sportiva. Ma le gesta e il prestigio di Baroni partono prima di tutto dal nostro territorio. Oggi, a Pontedera vive una discendente di questo atleta d’altri tempi. Si chiama Giovanna Gherardi Del Testa.
In buona parte le testimonianze di questo gioco sono dovute a lei: «Per quel che so - ci racconta - Amedeo Baroni si dedicò completamente a questo sport. Era un vero appassionato e ricevette numerose onorificenze, anche da parte di tifosi bresciani». Se da una parte Rossi sostiene che i giocatori del tempo avevano i loro guadagni, la Gherardi ricorda l’avo come un po’ spendaccione: «Proveniva da una famiglia benestante e spendeva un sacco in viaggi, sempre a scopo agonistico. Lo stesso viaggio americano intaccò parecchio il capitale».
America a parte, in quegli anni il gioco si diffuse in tutta la Valdera. La squadra più famosa si ritrovava a praticare in Val di Cava, nella fattoria dell’onorevole Nello Toscanelli, dove si disputavano le migliori partite dell’epoca. Nello sferisterio ancora oggi esistente davanti alla Villa è visibile una targa commemorativa. A chi non è capitato, almeno una volta giocando a pallone, di colpire una finestra, o una parete, e di veder uscire il proprietario inferocito? Se si fa un salto nel passato di quasi 200 anni le cose non cambiano molto. La storia si ripete.
Solo che qua non furono un gruppo di ragazzini movimentati i protagonisti, ma un intero paese, con l’aggiunta di spettatori forestieri. Insomma, grazie a quello che fu il precursore del tennis e l’equivalente del calcio, Terricciola conobbe un lungo periodo di contenziosi e dispute legali, che sfociò, nel 1862, in una causa intentata dalla comunità contro la prefettura di Pisa e tre privati cittadini che avevano chiesto la soppressione del gioco. «Piazza Matteotti era circondata da un fosso - Rossi ripercorre le tappe della disputa - e dietro di esso sorgevano le abitazioni di alcuni importanti notabili, che venivano in villeggiatura a Terricciola proprio durante il periodo più “caldo”.
Questi nobili, fra cui il cavalier Macinghi, le famiglie Lami e Dell’Angelo, ampliarono le loro abitazioni facendole avanzare di cinque metri. Ora, dato che la palla si faceva rimbalzare proprio su quelle pareti, e dato che i proprietari avevano aperto finestre in quel punto, ciò che seguì è facile immaginarlo». Una vera e propria guerra giudiziaria. I cittadini di Terricciola non gradirono tanta ostilità e fecero di tutto per evitare che venisse impedito loro di giocare nella piazza principale del paese.
D’altra parte i notabili non avevano tutti i torti: «E’ chiaro - scrive Rossi - che giocando in una piazza con un pallone in pelle di capra del diametro di circa 31 centimetri e del peso di 750 grammi, probabilmente i problemi creati non erano pochi». Oggi c’è chi si lamenta della lunghezza dei processi, ma anche allora non si scherzava: «I paesani diedero il via a una raccolta firme a favore della continuazione: in tutto le sottoscrizioni furono 359. Tuttavia la causa si riaccese ogni qual volta c’erano delle trasformazioni in corso: dalla rivoluzione francese ai moti rivoluzionari fino all’unità d’Italia».
La causa arrivò addirittura in Consiglio di Stato a Firenze e si concluse con una sentenza favorevole nei confronti di chi ci teneva a divertirsi con palla e bracciale. Oggi il gioco in Toscana è scomparso e Rossi se ne rammarica: «Sarebbe bello - conclude - se il Comune di Terricciola o la cittadinanza organizzassero una partita per rievocare la tradizione che ha allietato tanto i nostri avi».
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