Il Tirreno

Pontedera

FICTION

Gemelle di Pontederanel film su Basaglia

Andrea Lanini
Silvia Pasello e (nella foto in basso) la sorella Luisa
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Silvia Pasello e (nella foto in basso) la sorella Luisa

Negli anni in cui Franco Basaglia era ancora uno studente di medicina, nei manicomi non venivano rinchiusi solo i "matti". A volte per finirci dentro a vita bastava essere orfani, poveri, emarginati, o messi alle corde dalla vita fino alla disperazione, o magari solo un po' "strani".

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PONTEDERA. Negli anni in cui Franco Basaglia era ancora uno studente di medicina, nei manicomi non venivano rinchiusi solo i "matti". A volte per finirci dentro a vita bastava essere orfani, poveri, emarginati, o messi alle corde dalla vita fino alla disperazione, o magari solo un po' "strani".

Nella maggior parte dei casi, l'internamento coatto in un ospedale psichiatrico di quell'epoca completava l'opera di straniamento del paziente-detenuto dal mondo: le menti si perdevano per sempre, e questo era l'unico fatto sicuro.
Anche Anita e Maria, due gemelle di Gorizia, vennero considerate troppo "strane" per stare tra i "normali". Entrarono in manicomio che erano piccole, in mezzo a quelle grandi stanze bianche hanno finito per passarci la vita. Nella fiction su Basaglia, "C'era una volta la città dei matti", andata in onda su Raiuno (con grande seguito di pubblico: la puntata della scorsa domenica, sconvolgendo ogni pronostico, ha stracciato gli "Amici" della De Filippi), Anita e Maria erano interpretate da Silvia e Luisa Pasello, sorelle anche loro, gemelle anche loro, nate a Ferrara ma pontederesi d'adozione, visto che il loro lavoro di attrici e registe è da anni una delle colonne portanti dell'attività della Fondazione Pontedera Teatro.

Il regista, Marco Turco, non le conosceva. «È stata un'amica che si occupa di casting a fare a Marco il nostro nome - dice Silvia -. Siamo andate allora ad incontrarlo e abbiamo parlato un bel po'. Ci ha spiegato che Anita e Maria, in quel momento del racconto, avrebbero dovuto esser molto più giovani; però fa niente, ha detto a un certo punto, voglio voi, immaginiamole più grandi».

E così hanno avuto la parte. Per capire come entrarci, Silvia e Luisa si sono affidate ai documenti originali. «Abbiamo letto tutto ciò che è stato possibile trovare sulla loro storia, compresi i referti medici, gli appunti di chi le ha seguite per una vita», spiega Luisa. «La loro patologia si risolveva in una strana quiete, in una mitezza assente, distaccata da tutto. È il lato che abbiamo scelto di mettere in evidenza: il loro ritagliarsi una specie di personale limbo in mezzo al caos dell'ospedale, come a cercare una forma di resistenza».

Ma quel caos, in realtà, era molto più truce di come ha scelto di raccontarlo la tv; le sorelle Pasello ne sono testimoni oculari: «Noi siamo di Ferrara - dice Silvia - e in città c'era un manicomio che negli anni in cui Basaglia portava avanti la sua battaglia passò sotto la guida di Antonio Slavich, uno dei più importanti collaboratori del padre della legge 180. Slavich fu colui che per primo, alla fine degli anni '70, aprì le porte di quell'istituto. Abbiamo vissuto quell'epoca, ci ricordiamo bene di cosa significò, per la città, quell'incontro improvviso. Ci furono reazioni contrastanti, ma si capiva che qualcosa era cambiato per sempre. Slavich volle anche che il teatro entrasse dentro il manicomio. Ci abbiamo lavorato per due anni: per noi, poco più che maggiorenni, era la prima esperienza importante col teatro. A volte era molto dura, si vedevano cose difficili da metabolizzare. Ma passarci ha voluto dire crescere».

«Grazie alla fiction, quella dimensione l'abbiamo come incontrata di nuovo, riscoperta - dice Luisa -. È importante far conoscere l'opera, l'impegno di un uomo come Franco Basaglia, uno che si è battuto affinché i malati di mente non perdessero, per colpa della malattia (ma non solo), la loro dignità di esseri umani. Basaglia era già molto più avanti delle possibilità che la sua epoca metteva a disposizione. Per realizzare a pieno i suoi progetti ci sarebbero volute condizioni che non c'erano. Ma è stato l'inizio di una rivoluzione che, in ogni caso, ha salvato tante vite da una reclusione atroce e senza fine».

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