Il Tirreno

Pontedera

invenduto il 15%

Buttiamo chili di pane

Paola Silvi
Un panettiere porta sul bancone del pane fresco appena sfornato
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Un panettiere porta sul bancone del pane fresco appena sfornato

Casalingo, baguette, rosette, schiacciate, panini al latte. Alla fine della giornata il 15% del pane fresco rimane ammucchiato nelle ceste dei panifici. Un bello spreco. Uno schiaffo a chi da mangiare non ne ha. Se non fosse che i panificatori dei nostri territori si sono organizzati. E, singolarmente, hanno trovato un modo per riutilizzare quelle rimanenze

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PONTEDERA. Casalingo, baguette, rosette, schiacciate, panini al latte. Alla fine della giornata il 15% del pane fresco rimane ammucchiato nelle ceste dei panifici. Un bello spreco. Uno schiaffo a chi da mangiare non ne ha. Se non fosse che i panificatori dei nostri territori si sono organizzati. E, singolarmente, hanno trovato un modo per riutilizzare quelle rimanenze.

C'è chi lo trasforma in pan grattato, chi lo offre agli istituti caritatevoli o alle mense dei poveri. C'è chi lo regala agli amici contadini per gli animali dell'azienda agricola di turno o lo manda ai canili. Quasi nessuno lo spedisce nel cassonetto vicino, magari dietro l'angolo del negozio. «Il problema del reso - spiega Francesco Gori, referente dell'Assipan per la Valdera - c'è sempre stato. La mia famiglia gestisce un forno da quattro generazioni e abbiamo sempre fatto i conti con l'invenduto. Se vuoi lavorare devi garantire al cliente un certo assortimento. Oggi la maggior parte della gente chiede un pane particolare. E' difficile vendere quello classico che fra l'altro costa anche meno. E così il problema si raddoppia. Non solo rimane il pane ma il fornaio spende anche di più nell'acquistare i prodotti». Addio dunque al vecchio pane casalingo o all'intramontabile pizza margherita. Al loro posto, la moltiplicazione delle tipologie che costano care e si conservano peggio. Ma per eliminare gli sprechi alla radice e assecondare comunque i gusti più raffinati, i panai contattati, assicurano di vagliare bene la produzione, di stabilire ordini più equilibrati. «Ogni giorno produco per i miei 2 negozi - continua Gori - 3 quintali di pane. In media, perchè tutte le giornate non sono uguali, me ne resta una quarantina di chili che ridistribuisco nelle istituti della zona. Ma è un'iniziativa privata perchè mancano le norme che disciplinano e tutelano il dono del prodotto invenduto. E, dall'altro lato, i controlli sulla qualità degli alimenti, sono serrati e puntigliosi. Preferisco allora attivarmi in altri modi». A Natale regala alla San Vincenzo un euro per ogni chilo di panettone venduto. Stessa modalità a Pasqua con le colombe. Destinatari privilegiati del pane invenduto a Cascina sono invece le suore dell'istituto di Navacchio. «In realtà - dice Fiorenzi Mannocci, titolare dell'omonimo panificio - ce ne rimane poco. Siamo un negozio, sappiamo dunque regolarci sulla produzione. Quel che resta lo offriamo all'istituto». Gli ospiti a quattro zampe del canile di San Lorenzo aspettano il pane il mercoledì, quando il camioncino fa il giro e passa a ritirare l'invenduto dal forno di Ivo e Lando Nencini. Pane agli animali anche a Santa Croce e a San Miniato. «Noi - specifica Marco Fadda, proprietario di "Non solo pane" - abbiamo una convenzione con il Monastero di Santa Cristiana ma le religiose sono poche e al pane preferiscono altri cibi freschi. Quei 10 o 20 chili di pane inutilizzato al giorno lo grattugiamo oppure lo doniamo ai proprietari di animali». «Ai cacciatori - ribadisce Katiuscia Bernardi di San Miniato - va il nostro pane secco. Sono tanti in zona e ne hanno bisogno per i loro cani». Il problema del reso non tocca invece il panificio Montegemoli di Volterra dove hanno addirittura attivato un servizio postale per i clienti lontani. «Il nostro prodotto - assicura Sergio Martini - è buono anche a distanza di giorni. Anzi, più buono. Inoltre, lavoriamo su ordinazione. Si parla di 4 quintali al giorno d'inverno e di 6 quintali d'estate. E' difficile dunque che resti in bottega».

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