La manifestazione
LA STAGIONE VENATORIA
Virus mortale, dai cinghiali ai cani
Manolo Morandini
«La pseudorabbia uccide un cane in pochi giorni e non lascia scampo, non esiste una cura». A lanciare l'allarme è il presidente provinciale della Federcaccia di Pisa Marco Salvadori. A diffondere il temibile virus sono i cinghiali che minacciano i "Fido" del comprensorio che affiancano i loro padroni nelle battute di caccia
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PONTEDERA. «La pseudorabbia uccide un cane in pochi giorni e non lascia scampo, non esiste una cura». A lanciare l'allarme è il presidente provinciale della Federcaccia di Pisa Marco Salvadori. A diffondere il temibile virus sono i cinghiali che minacciano i "Fido" del comprensorio che affiancano i loro padroni nelle battute di caccia. «È sufficiente il contatto con il sangue dell'animale perché un cane sia infettato» spiega Salvadori.
Un allarme in ottica di prevenzione. Nell'area pisana stando a un primo censimento a cura dell'Università di Pisa, sulla presenza dell'infezione, tra gli ungulati uno su quattro è portatore del virus, la malattia di Aujeszky. Non è possibile durante una battuta evitare che il cane si ferisca scontrandosi con un cinghiale o che lo morda venendo a contatto con il sangue dell'animale. «Ma si può evitare di esporlo al contagio dandogli da mangiare parti crude dell'animale - precisa il presidente Federcaccia Pisa - L'alimentazione è il fattore di maggior rischio».
Per far luce sul fenomeno un'equipe della facoltà di veterinaria dell'Università di Pisa sta monitorando il territorio, in collaborazione con le squadre di "cinghialai". «Non c'è alcun rischio per l'uomo» precisa Alessandro Poli, direttore del dipartimento di Patologia animale, profilassi e igiene degli alimenti dell'Università di Pisa, a cui fa capo la ricerca. Dai capi abbattuti vengono prelevati campioni di sangue e linfonodi per le analisi di laboratorio. «La malattia è più diffusa dov'è maggiore la popolazione di cinghiali, nel pisano e nel grossetano - dice Poli - Ad oggi, sulla base degli animali abbattuti e analizzati, si stima un dato che è in linea con quello su scala nazionale». E precisa: «Attenzione, un cane infetto non trasmette il virus».
La caccia al cinghiale interessa anche il mondo agricolo. «Ci stiamo organizzando con un sistema di prevenzione per fare abbattimenti fuori dalla stagione di caccia e anche per questa via mantenere sotto controllo la popolazione dei cinghiali - conclude Marco Salvadori - Sulla prevenzione spendiamo ogni anno circa 100mila euro che derivano dalle tasse che ogni cacciatore versa annualmente per esercitare l'attività venatoria. Installiamo delle recinzioni elettriche intorno ai vigneti e facciamo del foraggiamento dissuasivo per salvare le colture».
Un allarme in ottica di prevenzione. Nell'area pisana stando a un primo censimento a cura dell'Università di Pisa, sulla presenza dell'infezione, tra gli ungulati uno su quattro è portatore del virus, la malattia di Aujeszky. Non è possibile durante una battuta evitare che il cane si ferisca scontrandosi con un cinghiale o che lo morda venendo a contatto con il sangue dell'animale. «Ma si può evitare di esporlo al contagio dandogli da mangiare parti crude dell'animale - precisa il presidente Federcaccia Pisa - L'alimentazione è il fattore di maggior rischio».
Per far luce sul fenomeno un'equipe della facoltà di veterinaria dell'Università di Pisa sta monitorando il territorio, in collaborazione con le squadre di "cinghialai". «Non c'è alcun rischio per l'uomo» precisa Alessandro Poli, direttore del dipartimento di Patologia animale, profilassi e igiene degli alimenti dell'Università di Pisa, a cui fa capo la ricerca. Dai capi abbattuti vengono prelevati campioni di sangue e linfonodi per le analisi di laboratorio. «La malattia è più diffusa dov'è maggiore la popolazione di cinghiali, nel pisano e nel grossetano - dice Poli - Ad oggi, sulla base degli animali abbattuti e analizzati, si stima un dato che è in linea con quello su scala nazionale». E precisa: «Attenzione, un cane infetto non trasmette il virus».
La caccia al cinghiale interessa anche il mondo agricolo. «Ci stiamo organizzando con un sistema di prevenzione per fare abbattimenti fuori dalla stagione di caccia e anche per questa via mantenere sotto controllo la popolazione dei cinghiali - conclude Marco Salvadori - Sulla prevenzione spendiamo ogni anno circa 100mila euro che derivano dalle tasse che ogni cacciatore versa annualmente per esercitare l'attività venatoria. Installiamo delle recinzioni elettriche intorno ai vigneti e facciamo del foraggiamento dissuasivo per salvare le colture».
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