Sicurezza
PONTEDERA
Il calzaturiero affonda: 700 in "cassa"
Giacomo Pelfer
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Manifestazione di protesta di lavoratori cassintegratiBilancio allarmante per le aziende calzaturiere e tessili del comprensorio. Impressionante l'incremento di richieste di cassa integrazione.
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CASTELFRANCO. Bilancio allarmante per le aziende calzaturiere e tessili del comprensorio. Impressionante l'incremento di richieste di cassa integrazione. Numeri di una crisi senza precedenti, che offrono il quadro di un settore costretto a navigare a vista, col rischio costante di affondare.
A mettere insieme i dati è Loris Mainardi, responsabile della Filtea-Cgil per il Valdarno Inferiore. «I nostri numeri - precisa - sono in realtà richieste preventive da parte delle aziende. Con la situazione che stiamo vivendo, però, sono destinate per la stragrande maggioranza a diventare effettive».
In questo momento, sono 33 le aziende calzaturiere del comprensorio ad aver avanzato richiesta di cassa integrazione ordinaria, per un totale di 239 settimane. I lavoratori coinvolti sono 551. «Si tenga conto - sottolinea Mainardi - che molte di queste fabbriche vivono già in regime di cassa integrazione. Alcune già da settembre, e la scadenza è fissata per la seconda settimana di novembre». A queste occorre aggiungere tre aziende che hanno fatto ricorso a contratti di solidarietà per 70 lavoratori. Infine, altre quattro hanno richiesto la cassa integrazione straordinaria (di cui una per cessazione attività) per 106 persone. I lavoratori coinvolti, quindi, sono in tutto 727. Più di settecento famiglie, in pratica, costrette a sopravvivere con stipendio ridotto.
«Da questi dati sono esclusi gli artigiani - fa notare Mainardi -, ma è evidente che la situazione è drammatica anche per i contoterzisti. Le persone in difficoltà saranno almeno altre 300».
«Molte famiglie - prosegue il sindacalista - facevano fatica ad arrivare alla quarta settimana con uno stipendio regolare. Figuriamoci adesso. Inoltre, un terzo di questi lavoratori è donna: rappresenta il secondo stipendio di casa; ma è chiaro che, con queste cifre, sono frequenti i casi di famiglie con entrambi i coniugi in cassa integrazione».
Mettere a confronto i dati di questo fine ottobre con quelli registrati nella già difficile situazione del gennaio scorso, permette di farsi un'idea del processo in negativo imboccato dal settore. All'epoca, le aziende ad aver richiesto lo strumento integrativo ordinario erano 17, per un totale di 252 lavoratori, più 62 di un'altra azienda in regime straordinario e 27 con contratto di solidarietà. In tutto, 341 operai, a fronte dei 727 di questi giorni. In dieci mesi, quindi, la richiesta è più che raddoppiata.
«Una realtà dai contorni inquietanti - afferma Mainardi - che mette alla prova pezzi importanti della filiera produttiva. Stanno scomparendo piccole aziende specializzate che sono fondamentali per i nostri calzaturifici. Il rischio è quello di perdere la dimensione stessa di distretto».
Secondo il sindacalista Cgil, è necessario ridurre la pressione fiscale alle aziende, premiando però quelle che rispettano le regole. «Le aziende del territorio che hanno lavoro - attacca - devono smetterla di speculare sulla crisi, commissionando lavori a prezzi da terzo mondo. E' necessario inoltre reinserire gli operi all'interno del mercato: i nostri lavoratori non possono più permettersi di acquistare le scarpe che producono. Si sta creando un vuoto di mercato tra il prodotto griffato e quello da pochi soldi, che sicuramente non è prodotto in Italia. E questo è un danno per le nostre produzioni».
La Cgil, sabato 7 novembre, manifesterà a Pisa con i lavoratori del settore, in vista della manifestazione di Roma il sabato successivo.
A mettere insieme i dati è Loris Mainardi, responsabile della Filtea-Cgil per il Valdarno Inferiore. «I nostri numeri - precisa - sono in realtà richieste preventive da parte delle aziende. Con la situazione che stiamo vivendo, però, sono destinate per la stragrande maggioranza a diventare effettive».
In questo momento, sono 33 le aziende calzaturiere del comprensorio ad aver avanzato richiesta di cassa integrazione ordinaria, per un totale di 239 settimane. I lavoratori coinvolti sono 551. «Si tenga conto - sottolinea Mainardi - che molte di queste fabbriche vivono già in regime di cassa integrazione. Alcune già da settembre, e la scadenza è fissata per la seconda settimana di novembre». A queste occorre aggiungere tre aziende che hanno fatto ricorso a contratti di solidarietà per 70 lavoratori. Infine, altre quattro hanno richiesto la cassa integrazione straordinaria (di cui una per cessazione attività) per 106 persone. I lavoratori coinvolti, quindi, sono in tutto 727. Più di settecento famiglie, in pratica, costrette a sopravvivere con stipendio ridotto.
«Da questi dati sono esclusi gli artigiani - fa notare Mainardi -, ma è evidente che la situazione è drammatica anche per i contoterzisti. Le persone in difficoltà saranno almeno altre 300».
«Molte famiglie - prosegue il sindacalista - facevano fatica ad arrivare alla quarta settimana con uno stipendio regolare. Figuriamoci adesso. Inoltre, un terzo di questi lavoratori è donna: rappresenta il secondo stipendio di casa; ma è chiaro che, con queste cifre, sono frequenti i casi di famiglie con entrambi i coniugi in cassa integrazione».
Mettere a confronto i dati di questo fine ottobre con quelli registrati nella già difficile situazione del gennaio scorso, permette di farsi un'idea del processo in negativo imboccato dal settore. All'epoca, le aziende ad aver richiesto lo strumento integrativo ordinario erano 17, per un totale di 252 lavoratori, più 62 di un'altra azienda in regime straordinario e 27 con contratto di solidarietà. In tutto, 341 operai, a fronte dei 727 di questi giorni. In dieci mesi, quindi, la richiesta è più che raddoppiata.
«Una realtà dai contorni inquietanti - afferma Mainardi - che mette alla prova pezzi importanti della filiera produttiva. Stanno scomparendo piccole aziende specializzate che sono fondamentali per i nostri calzaturifici. Il rischio è quello di perdere la dimensione stessa di distretto».
Secondo il sindacalista Cgil, è necessario ridurre la pressione fiscale alle aziende, premiando però quelle che rispettano le regole. «Le aziende del territorio che hanno lavoro - attacca - devono smetterla di speculare sulla crisi, commissionando lavori a prezzi da terzo mondo. E' necessario inoltre reinserire gli operi all'interno del mercato: i nostri lavoratori non possono più permettersi di acquistare le scarpe che producono. Si sta creando un vuoto di mercato tra il prodotto griffato e quello da pochi soldi, che sicuramente non è prodotto in Italia. E questo è un danno per le nostre produzioni».
La Cgil, sabato 7 novembre, manifesterà a Pisa con i lavoratori del settore, in vista della manifestazione di Roma il sabato successivo.
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