Il dolore
VALDICECINA RACCONTAMI
Da chef galeotto ai fornelli chic
Francesca Suggi /
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In alto Gianni Tatti; sopra gli chef-carcerati e Maria Drobst a destra i lavori in cucinaQuella mezz'ora prima di rientrare i pensieri diventano cupi. E la vocina costante del "perché è successo" martella la sua mente. Per una giornata intera sta in mezzo alla gente Gianni. Maneggia posate d'argento e bicchieri di cristallo, accoglie i commensali di uno dei migliori ristoranti di Volterra
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VOLTERRA. Quella mezz'ora prima di rientrare i pensieri diventano cupi. E la vocina costante del "perché è successo" martella la sua mente. Per una giornata intera sta in mezzo alla gente Gianni. Maneggia posate d'argento e bicchieri di cristallo, accoglie i commensali di uno dei migliori ristoranti di Volterra, va e viene dalla sua casa in affitto. Poi intorno all'una di notte cambia tutto: il Mastio sempre più vicino, la cinta muraria, la grata metallica, la portineria, il permesso alla mano, la firma. E lui che torna a rivestire i panni dell'ergastolano in regime di semilibertà. «Ma solo per le ore notturne, poi la mattina presto sono di nuovo fuori al ristorante, oppure in giro se è chiuso», il gusto ritrovato dell'aria e delle chiacchiere al bar ha un sapore indescrivibile per Gianni Tatti, uno dei primi detenuti chef ad aver debuttato ai fornelli delle "Cene Galeotte" organizzate nella casa di reclusione di Volterra.
Da cinque anni il 52enne milanese è tornato a "degustare" il piacere di sentirsi utile, a "sorseggiare" l'ebbrezza di un pomeriggio in giro per Volterra assieme alla moglie, ai figli e alla nipotina di soli tre mesi. È uno dei primi carcerati ad aver oltrepassato la penombra di quei corridoi sbarrati per andare a lavorare all'esterno. In città. Tra la vita. Sei anni fa solo uno, oggi sono una trentina.
«Da tre anni gestisco la sala dell'enoteca Del Duca, un ambiente dove mi hanno accolto senza pregiudizio. Con i proprietari si è instaurato nel tempo un rapporto che va al di là del lavoro. C'è una grande umanità. Sono orgoglioso della fiducia che mi dimostrano», dice un impeccabile Gianni, con la sua mise bianco-nera.
In sala si destreggia bene tra portate e commensali. La passione per la ristorazione ce l'ha da sempre, da quando a Milano gestiva attività nel settore.
«Mi ricordo che cominciai a giugno di tre anni fa, con il locale pieno di gente. Non fu facilissimo, ma ce l'ho fatta». Tanto che adesso riesce persino a cucinare quei tagliolini alla carbonara e tartufo, piatto forte della casa Del Duca.
Parla, racconta, pensa Gianni. Poi lo sguardo si rivolge al passato. Al suo passato. «Il mio incidente di percorso è capitato proprio in uno dei miei locali. Stavamo aperti fino alle 4 del mattino, capitavano tante persone. Poi il fatto e nel'92 sono finito dentro a San Vittore». «L'incidente di percorso», come lo chiama lui, riguarda un omicidio. «Mi hanno coinvolto in questa brutta storia».
Il passato comunque è alle spalle. Davanti a lui frammenti di futuro, la ricerca di una nuova collocazione, l' esperienza di nonno tutta da costruire. «Volterra è una città dove mai mi sono sentito vittima di pregiudizi, il carcere qua è una sorta di collegio che ti dà grandi opportunità di socializzazione, iniziative, stimoli per rendersi utili e non lasciarsi disintegrare dal vuoto».
Già, quei silenzi e quell'isolamento che rendono più buie quelle finestre al di là delle quali in pochi riescono a posare lo sguardo.
Da cinque anni il 52enne milanese è tornato a "degustare" il piacere di sentirsi utile, a "sorseggiare" l'ebbrezza di un pomeriggio in giro per Volterra assieme alla moglie, ai figli e alla nipotina di soli tre mesi. È uno dei primi carcerati ad aver oltrepassato la penombra di quei corridoi sbarrati per andare a lavorare all'esterno. In città. Tra la vita. Sei anni fa solo uno, oggi sono una trentina.
«Da tre anni gestisco la sala dell'enoteca Del Duca, un ambiente dove mi hanno accolto senza pregiudizio. Con i proprietari si è instaurato nel tempo un rapporto che va al di là del lavoro. C'è una grande umanità. Sono orgoglioso della fiducia che mi dimostrano», dice un impeccabile Gianni, con la sua mise bianco-nera.
In sala si destreggia bene tra portate e commensali. La passione per la ristorazione ce l'ha da sempre, da quando a Milano gestiva attività nel settore.
«Mi ricordo che cominciai a giugno di tre anni fa, con il locale pieno di gente. Non fu facilissimo, ma ce l'ho fatta». Tanto che adesso riesce persino a cucinare quei tagliolini alla carbonara e tartufo, piatto forte della casa Del Duca.
Parla, racconta, pensa Gianni. Poi lo sguardo si rivolge al passato. Al suo passato. «Il mio incidente di percorso è capitato proprio in uno dei miei locali. Stavamo aperti fino alle 4 del mattino, capitavano tante persone. Poi il fatto e nel'92 sono finito dentro a San Vittore». «L'incidente di percorso», come lo chiama lui, riguarda un omicidio. «Mi hanno coinvolto in questa brutta storia».
Il passato comunque è alle spalle. Davanti a lui frammenti di futuro, la ricerca di una nuova collocazione, l' esperienza di nonno tutta da costruire. «Volterra è una città dove mai mi sono sentito vittima di pregiudizi, il carcere qua è una sorta di collegio che ti dà grandi opportunità di socializzazione, iniziative, stimoli per rendersi utili e non lasciarsi disintegrare dal vuoto».
Già, quei silenzi e quell'isolamento che rendono più buie quelle finestre al di là delle quali in pochi riescono a posare lo sguardo.
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