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Pontedera

bullismo

Un tribunale tra le mura scolastiche

Paola Silvi
Un tribunale tra le mura scolastiche

Sensibilizzare i giovani contro il dilagare degli atti di bullismo e di vandalismo, educarli al rispetto degli altri e delle cose, trasmettere loro i valori dell'essere piuttosto che quelli dell'apparire. E' con questi precisi obiettivi che continuano, per il secondo anno consecutivo, i percorsi di mediazione dei conflitti

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PONTEDERA. Sensibilizzare i giovani contro il dilagare degli atti di bullismo e di vandalismo, educarli al rispetto degli altri e delle cose, trasmettere loro i valori dell'essere piuttosto che quelli dell'apparire. E' con questi precisi obiettivi che continuano, per il secondo anno consecutivo, i percorsi di mediazione dei conflitti, tra i banchi di scuola dell'Itcg "Enrico Fermi".

Dopo i vari episodi di maleducazione e vessazioni umilianti a cui gli studenti pontederesi rischiano di sottostare quando salgono sugli autobus che li trasportano da casa a scuola e viceversa e che abbiamo raccontato nei giorni scorsi, gli istituti pontederesi corrono ai ripari. E lo fanno perché sono consapevoli che non si è bulli per natura, ma lo si comincia a diventare vivendo in gruppo. Non si nasce dispersi ma lo si diventa quando anche la scuola offre pochi interessi positivi e non è in grado di rispondere ad un disagio diffuso. «Nel mio istituto - afferma Crisctina Cosci, dirigente scolastico del Fermi - non sono emerse, per ora, segnalazioni di bullismo, ma sono realista e non escludo il problema. Certo, contrasti tra ragazzi ci sono stati e in alcuni casi sono arrivati anche alle mani, ma non c'è mai stata continuità. E senza continuità non si possono catalogare questi fatti come azioni di bullismo».

Il primo passo per combattere la violenza è allora un dialogo costruttivo, una sorta di conciliazione tra gli alunni. Un tribunale atipico con entrambe le parti in causa che spiegano le proprie ragioni e si impegnano a rispettare un accordo. Un iter quasi giuridico dove i protagonisti delle mini-risse, delle controversie quotidiane, vengono messi faccia a faccia, per confrontarsi e ripercorrere l'accaduto in maniera civile «Soprattutto fra i più piccoli - spiega Cosci - possono capitare discussioni per le cause più banali, come la contesa di una ragazza, un lapis spezzato, un giaccone macchiato, che, se sottovalutate, si trasformano in veri episodi di teppismo». Ecco che si attiva la procedura di pace. «I responsabili, davanti ad altri compagni e a docenti che hanno seguito specifici corsi di formazione sul tema, promossi dalla facoltà di Scienze della pace dell'Università di Pisa, devono raccontare l'accaduto ed esporre il proprio punto di vista. I presenti, a loro volta, ascoltano in silenzio e riferiscono poi quello che hanno sentito, se possibile, utilizzando le stesse parole e lo stesso linguaggio dell'oratore».

Lo scopo è prendere le distanze dall'evento, cambiare ottica e far riflettere i colpevoli che, successivamente, devono sottoscrivere un patto e impegnarsi a rispettare delle condizioni. «Invece di ricorrere subito a sanzioni disciplinari come la sospensione - conclude la preside - questo metodo educativo spinge i ragazzi ad essere onesti. In fondo, ogni conflitto nasce da un'incomprensione.

Chiariti i dubbi c'è la parte più dura: mantenere la promessa di buona condotta, firmata nero su bianco».

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