Il dolore
La Confesercenti dice no all’eco-outlet
Francesca Suggi
Contestate le scelte del Comune: «Soltanto una speculazione immobiliare»
2 MINUTI DI LETTURA
LAVORIA. Semplice speculazione immobiliare. Pura dipendenza del Comune agli interessi economici di un privato. Ripercussioni deflagranti sul tessuto commerciale locale. Progetto non conforme alla legge. In una parola la Confesercenti dice no alla maxi operazione in corso che dovrebbe portare a Lavoria nel giro di due anni il primo eco-outlet d’Italia. «Abbiamo fatto ufficialmente le nostre osservazioni all’avvio di variante urbanistica fatto dal Comune. Siamo pronti a ricorrere al Tar se necessario», sono parole infuocate quelle che arrivano dal segretario della Confesercenti Giulio Garzella. Sono ben seicento i posti di lavoro qualificato previsti solo nella cittadella della moda, più tutta una nuova occupazione che dovrebbe insediarsi nello spazio fieristico permanente inserito nel progetto. Ma l’associazione di categoria non si ferma davanti a questi numeri: «Inutile parlare di nuovi posti di lavoro quando se ne andrebbero a perdere chissà quanti, nel piccolo commercio», continuano. Rincarando le polemiche con precise osservazioni che riguardano l’iter burocratico intrapreso dall’amministrazione, vera materia del contendere. Da Confesercenti si ricorda il caso Ikea e la sentenza del Consiglio di stato che allora spense le speranze del progetto in quel di Vecchiano.
«La sentenza - dicono - stabilisce che non si può adottare una variante che trasforma da agricola in commerciale un’area comunale in presenza di un progetto presentato da un privato. E’ il caso di Crespina con una variante fatta chiaramente per recepire la richiesta di un privato tanto è vero che il progetto è stato addirittura inserito nel prg». E ancora: «La variante proposta non è accompagnata e giustificata da una vera e propria analisi della “domanda e offerta” e, quindi, da una “necessità” di soddisfare un interesse generale, appare, macroscopicamente, una pura e semplice subordinazione del pubblico pianificare e regolare al singolo progetto privato e alle aspettative di mera speculazione immobiliare che racchiude. In secondo luogo, ma non per questo meno importante e decisivo, pretende di programmare, localmente, uno “sviluppo” che avrà ripercussioni terribili sul tessuto commerciale del Comue». Inoltre dalla Confesercenti arrivano i dati della grande distribuzione commerciale nel bacino di utenza della Provincia di Pisa raffrontata con le altre realtà provinciali: a Firenze risultano 194 metri quadri ogni mille abitanti, a Pisa 245 metri quadri, su una media regionale di 212 metri quadri.
E concludono: «Ciò che spesso si definisce sviluppo è solo e semplice resa agli appetiti miopi e contingenti, privati o pubblici che siano, e che minacciano i beni, del patrimonio comune. Tutto questo testimonia una evidente carenza di visione politico-amministrativa».
«La sentenza - dicono - stabilisce che non si può adottare una variante che trasforma da agricola in commerciale un’area comunale in presenza di un progetto presentato da un privato. E’ il caso di Crespina con una variante fatta chiaramente per recepire la richiesta di un privato tanto è vero che il progetto è stato addirittura inserito nel prg». E ancora: «La variante proposta non è accompagnata e giustificata da una vera e propria analisi della “domanda e offerta” e, quindi, da una “necessità” di soddisfare un interesse generale, appare, macroscopicamente, una pura e semplice subordinazione del pubblico pianificare e regolare al singolo progetto privato e alle aspettative di mera speculazione immobiliare che racchiude. In secondo luogo, ma non per questo meno importante e decisivo, pretende di programmare, localmente, uno “sviluppo” che avrà ripercussioni terribili sul tessuto commerciale del Comue». Inoltre dalla Confesercenti arrivano i dati della grande distribuzione commerciale nel bacino di utenza della Provincia di Pisa raffrontata con le altre realtà provinciali: a Firenze risultano 194 metri quadri ogni mille abitanti, a Pisa 245 metri quadri, su una media regionale di 212 metri quadri.
E concludono: «Ciò che spesso si definisce sviluppo è solo e semplice resa agli appetiti miopi e contingenti, privati o pubblici che siano, e che minacciano i beni, del patrimonio comune. Tutto questo testimonia una evidente carenza di visione politico-amministrativa».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
