Il dolore
Fauglia, risorge il glorioso palco che fu di Zacconi
Francesca Suggi
Da quel palcoscenico è passato l'istrione della prosa di fine secolo Ermete Zacconi. Pure Novelli ha salutato il borgo dei Macchiaioli al centro della scena con "La morte civile" di Paolo Giacometti.
In casa del grande artista postmacchiaiolo Giorgio Kienerk ancora è vivo il ricordo di quelle piece famose che facevano dello storico teatro-cinema di Fauglia un punto di riferimento culturale per le colline pisane
4 MINUTI DI LETTURA
FAUGLIA. Da quel palcoscenico è passato l’istrione della prosa di fine secolo Ermete Zacconi. Pure Novelli ha salutato il borgo dei Macchiaioli al centro della scena con “La morte civile” di Paolo Giacometti. In casa del grande artista postmacchiaiolo Giorgio Kienerk ancora è vivo il ricordo di quelle piece famose che facevano dello storico teatro-cinema di Fauglia un punto di riferimento culturale per le colline pisane. Un’icona famosa per l’operetta, datata 1852 che ha praticamente cessato di vivere nel 1984. E che oggi, da piazza Trento e Trieste, proprio come una nobildonna d’epoca brama che quei lavori di restyling in corso da tempo siano in fase conclusiva, per tornare agli antichi splendori. «Per dicembre 2008 dovremo concludere anche il terzo lotto. A bilancio abbiamo messo 320mila euro per terminare tutto. E’ stata un’impresa più lunga del previsto perché siamo stati bloccati in alcune fasi da problemi col genio civile che adesso abbiamo superato», il sindaco del paese Riccardo Froli si auspica un brindisi per l’anno che verrà, proprio dal rinnovato edificio, forte dei suoi 260 posti in platea, settanta le sedute in galleria e i palchetti di fine Ottocento.
Un cin cin simbolico per riaccendere i riflettori sulla storia di quelle prime file in velluto dove l’aristocrazia dell’epoca sedeva in vetrina, con un biglietto da 5 lire in tasca, mentre i meno abbienti con 1 lira e mezzo si aggiudicavano la galleria. Luce sulla storia di quei camerini e palchetti costruiti a fine Ottocento là dove si teneva un tempo il mercato. Un’occhiata alle cartoline d’epoca in bella mostra nei bar del borgo: in una del 1927 salta fuori la curiosa cabina di regia in legno realizzata all’esterno, alla quale si accedeva con una scala a pioli. «Nel 1792 le logge vennero munite di un campanile che aveva la funzione di avvertire la popolazione dell’apertura del mercato. Venuta a mancare questa finalità, la campana è stata sostituita da un orologio», racconta l’assessore al turismo Riccardo Novi, grande appassionato della Fauglia del tempo che fu. Oggi solo gli occhi più attenti riescono a percepire i lievi motivi architettonici “sopravvissuti” alla demolizione del vecchio teatro del 1941, come le finestre a lunetta delle scale di accesso ai palchetti.
«Successivamente fu ricostruito con un’architettura più moderna, che è quella esistente. In quelle stanze recentemente ha avuto sede un ufficio turistico e ora sono vuote. Eppure l’edificio conserva ancora il suo fascino», puntualizza Paola Caforio che insieme al marito Massimo Lenzi hanno realizzato una memoria storica di Fauglia “dipanata” in tre volumi. «Abbiamo cercato testimonianze e foto d’epoca nell’archivio del Comune. Speravamo di trovare anche le stampe di vecchie locandine, invece il materiale è tanto ma va riordinato», aggiunge. Intanto, nel locale del foyer, già tornato ad uso e consumo dei faugliesi, una vecchia cinepresa ricorda quei primi film che veniva proiettati nel teatro a partire dagli anni Sessanta, quando la struttura fu utilizzata anche come cinema. Anche il critico d’arte Carlo Pepi da Crespina bazzicava la sala faugliese. E oltre ai ricordi, conserva nella sua casa-museo un tesoro griffato Francesco Gioli che apparteneva proprio al teatro. L’artista conserva gelosamente niente meno che il telone che costituiva il sipario del palcoscenico.
Un telone di cinque metri per quattro dove la mano del pittore macchiaolo racconta “La vendemmia a Fauglia”. Donne con pezzole in capo e ceste sulla teste che portano l’uva tra i filari, sullo sfondo della villa fattoria Gioli che i fratelli Francesco e Luigi, nati il primo nel 1846 ed il secondo nel 1854, scelsero per trascorrere diversi mesi l’anno e dipingere la campagna toscana. «Ai tempi se ne stavano disfacendo», dice. I nonni del paese ancora si ricordano quel sipario. Tanti si domandano che fine abbia fatto quel telone che per anni ha fatto da sfondo a spettacoli e piece. Magari i più giovani neppure conoscono il valore di quella storia che l’amministrazione comunale sta cercando di ripristinare. Il progetto per il restauro è alle sue fasi conclusive. Ben presto tutto tornerà al suo posto. Magari la sala rivivrà solo come cinema, forse torneranno anche le compagnie e i fantasmi delle vecchie operette.
Un cin cin simbolico per riaccendere i riflettori sulla storia di quelle prime file in velluto dove l’aristocrazia dell’epoca sedeva in vetrina, con un biglietto da 5 lire in tasca, mentre i meno abbienti con 1 lira e mezzo si aggiudicavano la galleria. Luce sulla storia di quei camerini e palchetti costruiti a fine Ottocento là dove si teneva un tempo il mercato. Un’occhiata alle cartoline d’epoca in bella mostra nei bar del borgo: in una del 1927 salta fuori la curiosa cabina di regia in legno realizzata all’esterno, alla quale si accedeva con una scala a pioli. «Nel 1792 le logge vennero munite di un campanile che aveva la funzione di avvertire la popolazione dell’apertura del mercato. Venuta a mancare questa finalità, la campana è stata sostituita da un orologio», racconta l’assessore al turismo Riccardo Novi, grande appassionato della Fauglia del tempo che fu. Oggi solo gli occhi più attenti riescono a percepire i lievi motivi architettonici “sopravvissuti” alla demolizione del vecchio teatro del 1941, come le finestre a lunetta delle scale di accesso ai palchetti.
«Successivamente fu ricostruito con un’architettura più moderna, che è quella esistente. In quelle stanze recentemente ha avuto sede un ufficio turistico e ora sono vuote. Eppure l’edificio conserva ancora il suo fascino», puntualizza Paola Caforio che insieme al marito Massimo Lenzi hanno realizzato una memoria storica di Fauglia “dipanata” in tre volumi. «Abbiamo cercato testimonianze e foto d’epoca nell’archivio del Comune. Speravamo di trovare anche le stampe di vecchie locandine, invece il materiale è tanto ma va riordinato», aggiunge. Intanto, nel locale del foyer, già tornato ad uso e consumo dei faugliesi, una vecchia cinepresa ricorda quei primi film che veniva proiettati nel teatro a partire dagli anni Sessanta, quando la struttura fu utilizzata anche come cinema. Anche il critico d’arte Carlo Pepi da Crespina bazzicava la sala faugliese. E oltre ai ricordi, conserva nella sua casa-museo un tesoro griffato Francesco Gioli che apparteneva proprio al teatro. L’artista conserva gelosamente niente meno che il telone che costituiva il sipario del palcoscenico.
Un telone di cinque metri per quattro dove la mano del pittore macchiaolo racconta “La vendemmia a Fauglia”. Donne con pezzole in capo e ceste sulla teste che portano l’uva tra i filari, sullo sfondo della villa fattoria Gioli che i fratelli Francesco e Luigi, nati il primo nel 1846 ed il secondo nel 1854, scelsero per trascorrere diversi mesi l’anno e dipingere la campagna toscana. «Ai tempi se ne stavano disfacendo», dice. I nonni del paese ancora si ricordano quel sipario. Tanti si domandano che fine abbia fatto quel telone che per anni ha fatto da sfondo a spettacoli e piece. Magari i più giovani neppure conoscono il valore di quella storia che l’amministrazione comunale sta cercando di ripristinare. Il progetto per il restauro è alle sue fasi conclusive. Ben presto tutto tornerà al suo posto. Magari la sala rivivrà solo come cinema, forse torneranno anche le compagnie e i fantasmi delle vecchie operette.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
