Il Tirreno

Pontedera

Due lapidi per una memoria divisa

David Fiesoli
Due lapidi per una memoria divisa

Strage nazista, bomba americana: la doppia verità sarà scolpita sullo stesso muro

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SAN MINIATO. Si chiama fuoco amico se è un proiettile, effetto collaterale se è una bomba: brutto modo per descrivere quei civili morti per mano alleata. Accade oggi in Iraq, e se lo si scopre, se ne parla e se ne scrive. Se è accaduto in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, e magari c’è già una lapide che accusa il nemico, la cosa diventa un po’ più complicata. Anche ora che la verità, denunciata negli anni da più parti, sembrerebbe definitivamente accertata: il 22 luglio del 1944 fu una bomba americana a fare strage nel Duomo di San Miniato. Un tragico errore che costò la vita a 56 persone. Per decenni, come testimonia la lapide sul muro del municipio, si è attribuito l’eccidio ai nazisti. Quella lapide rimarrà, e sullo stesso muro ne sarà posta un’altra (il testo è stato scritto da Oscar Luigi Scalfaro) che ammette la responsabilità delle forze alleate.

Un esempio perfetto di memoria divisa, scrive lo storico inglese John Foot in un suo intervento su “Internazionale”, che «diventa memoria pubblica, ufficiale, scritta sul marmo». Un compromesso, questo della doppia lapide, che non scriverà la parola fine sull’eccidio di San Miniato. Nonostante i risultati della ricerca di una commissione di esperti incaricata dal Comune. In cui si precisa, però, che l’amministrazione comunale non ha tenuto in piedi scientemente una falsa verità, ma è stata tratta in inganno dal fatto che i nazisti portarono via la popolazione dai rifugi per portarla in cattedrale, azione il cui motivo sfugge, dicono gli studiosi, ora che è accertato che la bomba era americana. Tuttavia John Foot, che insegna storia contemporanea all’University college di Londra, quel motivo lo spiega: ha scritto che fu il vescovo a consigliare alla popolazione di rifugiarsi in chiesa, perché i tedeschi avevano dato l’ordine di radunare la popolazione in piazza.

Ma c’è chi questa verità continua a contestarla. Paolo Pezzino, storico dell’Università di Pisa, smentisce Foot: «Impossibile che sia andata come dice - afferma - perché il vescovo obbediva ai nazisti. Sono ancora convinto che potrebbe essere stata una mina tedesca, esplosa dall’interno, a uccidere i rifugiati nel Duomo». Riccardo Cardellicchio, scrittore e giornalista, autore di numerosi libri di divulgazione storica tra cui “L’estate del’44” sull’eccidio del Padule di Fucecchio, dà ragione a John Foot e aggiunge altri importanti particolari. Cardellicchio, perché i nazisti ammassarono 56 persone in Duomo? «I tedeschi volevano raggruppare i civili nella piazza del Duomo, sia probabilmente per farsi scudo, sia per toglierseli di torno perché volevano minare tutta la città, che infatti fu distrutta, e volevano agire indisturbati. Il vescovo, intervenendo presso il comando nazista come aveva fatto altre volte, chiese di poter mettere la gente dentro il Duomo perché era rischioso tenerli fuori sotto le cannonate e le bombe alleate. Lui riteneva sicura la Chiesa.

E lo dimostra il fatto che i civili non furono portati solo in Duomo, ma anche nelle chiese di San Domenico e San Francesco». Invece il Duomo non era sicuro, e fu una bomba americana a uccidere per errore. L’amministrazione comunale e la sinistra sapevano? «Questa storia venne fuori da subito, ed esplose già nel 1954 quando si voleva fare la lapide che accusa i nazisti della strage. E la fecero, quella lapide. Anche se già il canonico Giannoni svelò che si era trattato di un bombardamento alleato». E i cittadini? Com’è possibile che la cittadinanza se ne sia stata buona a contemplare una lapide che diceva il falso? In nome di cosa? «Me lo sono chiesto tante volte. Bisogna tenere conto del dolore di chi ha perso i familiari in quella strage. Ognuno ha tenuto dentro di sé quel che ha visto e che ha sofferto. La verità che spontaneamente veniva fuori era quella della enorme scia di sangue lasciata dai tedeschi in Toscana, in rappresaglie e azioni di guerra indiscriminate contro i civili che hanno fatto quasi quattromila morti.

La ferocia dei tedeschi ha inciso nell’atteggiamento della gente. Solo così si può spiegare il silenzio. La memoria dei padri che accusavano i tedeschi ha avuto la meglio sugli studi storici». La questione delle lapidi. La vecchia non sarà rimossa e ce ne sarà un’altra. Come possono convivere due verità opposte sulla facciata di un municipio? «Se la verità è quella che è stata accertata perfino dal tribunale di La Spezia, è assurdo secondo me tenere due lapidi. Bisogna avere il coraggio di scegliere, tenerle tutte e due significa non optare per la verità». La memoria divisa diventa così ufficialità? C’è chi afferma che di quegli anni non potrà mai esistere una memoria condivisa e pacificata... «I fatti sono stati così crudeli e terribili che è difficile arrivare a una memoria pacificata. Ma io ho speranza, forse dovremmo perdonare e allora la memoria sarebbe condivisa.

E’ difficilissimo, sul piano personale. Ma su quello politico invece dovremmo arrivarci. Non so se è possibile: quando da una parte si cerca di strumentalizzare i fatti per negare la Storia, dall’altra parte ci sarà sempre un irrigidimento, per difesa. E ci rimette la verità. Anche a San Miniato la destra ha cercato di cavalcare la vicenda della bomba americana, e la sinistra si è irrigidita. L’amministrazione ha fatto grandi passi avanti, ma sarebbe stato il caso di fare una lapide che ricordasse le sofferenze di un popolo sotto una guerra, e l’errore degli alleati, le cui vittime andrebbero ricordate come quelle cadute per mano nazista. Solo così si arriva a una memoria condivisa».

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