Il Tirreno

Pontedera

Affreschi e misteri S. Rocco riscopre il genio del Rosso

Francesca Suggi
Affreschi e misteri S. Rocco riscopre il genio del Rosso

Recuperato per caso dal degrado di secoli il chiesino sta restituendo pitture di valore Il restyling costerà al Comune 200mila euro

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CRESPINA. Veste rossa e svolazzante, occhi fissi sull’arcangelo Gabriele il marchese Manfredi Malaspina è ancora là su quella parete da oltre 400 anni, a testimoniare, forse, la mano del geniale Rosso Fiorentino. Oppure è l’altro manierista pisano Aurelio Lomi ad aver “firmato” quella lunetta dell’Annunciazione. Sul genio che si cela dietro agli affreschi dimenticati dell’oratorio di San Rocco di Crespina - più conosciuto come chiesino - si fanno nomi di artisti importanti del tardo Cinquecento, primi del Seicento, tra cui Salimbeni, Pomarancio. «E’ una scoperta inaspettata. Ci sono indagini in corso per individuare l’artista», nella relazione storico-artistica della Soprintendenza gli addetti ai lavori non si sbilanciano, anche se settimanalmente vigilano sul restauro. Un lavoro certosino portato avanti in quel piccolo gioiello di una manciata di metri quadri, fino ad un anno fa nella morsa di cedimenti strutturali, umidità devastante e degrado. 1632 si legge nella lapide marmorea incastonata nella facciata, insieme al nome del marchese Malaspina che la fece edificare per ringraziare San Rocco di aver salvato Crespina dall’ennesima peste.

«Era un regalo che i crespinesi facevano alla comunità», racconta l’architetto Stefano Galletti, di fatto la molla che ha spinto l’amministrazione a mettere gli occhi addosso a quel concentrato di arte e segreti tutti da svelare. «Incuriosito dallo strano stile della struttura con tettoia a capanna, ho deciso di approfondire. Segnalai le decorazioni della cupola alla Soprintendenza, poi la scoperta degli affreschi. E adesso la trepida attesa di sapere. Intanto abbiamo portato a termine un primo intervento di consolidamento della struttura e del pavimento», racconta il responsabile dell’area tecnica del Comune, progettista e direttore dei lavori. Costerà ben 200mila euro al Comune dei Crespina l’intervento al chiesino - con una compartecipazione di quasi 70mila euro da parte della Fondazione cassa di Risparmio di Pisa -. “Si tratta di un’architettura propria dell’edilizia del primo Seicento”, si legge nella relazione. E ancora: “trattasi di un piccolo edificio a pianta quadrata a cui è stata aggiunta una abside in epoca successiva”. Basta un occhio all’interno per respirare l’entusiasmo di chi sta lavorando tra martelli, scalpellini e mestichini in cerca di nuovi personaggi da strappare all’oblio.

«Ho lavorato alla scena del martirio di Santa Caterina d’Alessandria. Un delirio quando è venuta fuori la ruota della tortura», mascherina antipolvere Claudia Grespi è alle prese con un fissaggio a colpi di iniezioni di resine acriliche. Davanti agli occhi la giovane restauratrice del consorzio il Restauro ha un tesoro per secoli coperto da polvere e stratificazioni. Tante. Troppe. «Forse un cambio di gusto», si ipotizza. Con un mestichino, a mo’ di bacchetta magica toglie strati di intonaco giallo del 900, sopra ad una precedente copertura celeste del secondo 800 che a sua volta faceva da “cerone” alle 4 lunette affrescate. Perfino Giovanni Mariti, alla fine del Settecento nell’Odeporico, racconta il suo impatto col chiesino. Parla di un edificio a pianta quadrangolare, racconta la scena dell’Annunciazione, quella a sinistra dedicata al martirio di Santa Caterina d’Alessandria, che nel V secolo subì il martirio ad Alessandria d’Egitto sotto l’imperatore Massenzio: nell’affresco è visibile la ruota della tortura.

Davanti è la vita di Santa Caterina da Siena a farla da padrone: la giovane, incaricata dal papa di predicare la crociata a Pisa, nel 1375 riceve le stimmate in una chiesa del lungarno. «Non è un caso che nella lunetta ci sia un affresco proprio di piazza dei Miracoli, anche perché quella parete dà proprio verso Pisa», fa notare l’altra giovane restauratrice Rebecca Vagliani, anche lei pisana. E c’è pure il sindaco Thomas D’Addona a sbirciare tra i misteri che ancora cela il chiesino. Uno tra tutti quella freccetta dorata sulla cupola: il suo significato è ancora da scoprire. E forse un Dio Padre benedicente era proprio il protagonista della quarta lunetta mancante, sostituita in epoca successiva da un’abside. Nelle ipotesi che scoppiettano nel pentolone delle analisi della Soprintendenza, si fanno nomi sull’ipotetico genio che ha realizzato le opere.

“Per quanto l’abbigliamento dei due personaggi e le caratteristiche dei ritratti siano del tutto coerenti alla cultura del primo Seicento, il pittore, per la cui identificazione sono in corso indagini, mostra ancora una formazione tardo manierista - continua la relazione - più orientata verso artisti senesi come il Salimbeni, volterrani come il Pomarancio o pisani, come il primo Aurelio Lomi, una cultura attenta alla definizione naturalistica dei particolari, ma anche alla resa della preziosità delle stoffe e alle spezzature cromatiche dei panneggi”. Ipotesi, idee: ognuno spara nomi. Forse solo San Rocco protettore del chiesino, dalla sua tela, avrebbe potuto raccontarci questo pezzo di storia. Ma i ladri sono arrivati prima.

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