Il Tirreno

Pontedera

Una guerra per il controllo di droga e squillo

Elisabetta Arrighi
Una guerra per il controllo di droga e squillo

Dietro le risse fra stranieri l'ombra delle bande criminali

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PONTEDERA. Il lunedì mattina i negozi sono chiusi. Il corso Matteotti è silenzioso: solo qua e là il vocìo di chi commenta i risultati delle primarie per il Pd. Pochi pedoni, indaffarati per le commissioni in banca o alla posta. Un saluto davanti al Municipio. Pontedera, in fin dei conti, nonostante i suoi 27mila abitanti, la Piaggio, i negozi eleganti, è un paesone dove tutti si conoscono. Industria, commercio e campagna. Ma questo paesone che si è fatto città, da una quindicina d’anni si trova a fare i conti con la presenza sempre più massiccia di immigrati. Tanti africani, ma anche europei dell’Est. E così, come dice il sindaco Paolo Marconcini, diessino, «Pontedera è riuscita a tracciare un percorso di tolleranza, integrazione, associazionismo, crescita, scambio culturale». Poi, più o meno all’improvviso, qualcosa si è rotto, fino al giro di vite dell’ordinanza firmata dal sindaco che per sette giorni sospende i corsi di italiano, fissa rigide regole di chiusura per negozi extracomunitari e phone center (alle 20, come per tutte le altre botteghe cittadine).

Troppe risse, troppi litigi, troppi episodi di microcriminalità, fino all’accoltellamento di sabato notte: forse un regolamento di conti fra un senegalese e un gruppo di nigeriani, finito a colpi di coltello. «Un episodio gravissimo non solo per la violenza esercitata - sottolinea Marconcini - ma anche perchè è la prima volta che un pugno di persone va a sfondare la porta di una casa per farsi giustizia sommaria, colpendo anche la madre del senegalese coinvolto. Una ferocia senza limiti. Questa gente deve capire che qui, per riportare ordine, ci sono la polizia e i carabinieri. Non vogliamo una guerra per bande che si fanno giustizia da sole. Sono comunque pochi i mascalzoni su 1.200 extracomunitari regolari a cui ne vanno aggiunti altri 7-800 clandestini. Bisogna portare alla luce il sommerso, la legge sull’immigrazione deve essere rivista. Pochi facinorosi ci costringono a pensare sempre più alla difesa, cercando di interrompere quel cammino di solidarietà che non vogliamo assolutamente fermare, ma far progredire».

E’ nella zona della stazione ferroviaria, fra piazza dell’Unità d’Italia, la stazione dei bus e il maxi-parcheggio a pagamento, che negli ultimi anni si è assistito ad una massiccia crescita della presenza straniera: quattro dei phone center dei sette in città sono qui, in mezzo a negozi gestiti da immigrati. Nell’aria si annusa un forte odore di spezie. Non una sola comunità, ma più etnie e nazionalità. Dall’Africa arrivano i senegalesi, presenza storica, inseriti nel mondo del lavoro; marocchini, e da tre-quattro anni anche nigeriani, donne e gruppetti di uomini. Le tensioni si sono accumulate fino a provocare problemi di ordine pubblico. I pontederesi, quando sono cominciate le prime ondate di immigrati, hanno vissuto il fenomeno con diffidenza. «Ma mai, in città, gli extracomunitari sono stati visti come una minaccia», spiega il sindaco. Anche se ora la situazione «sta diventando pesante», afferma un bancario appena uscito dall’ufficio.

«Senta, a me se sono neri o gialli non importa. Basta che si comportino bene - racconta Graziella, pensionata di 64 anni - Ce ne sono di questi africani che lavorano. Ma qualcuno è arrogante: provi un po’ a dire qualcosa quando schiamazzano alle due di notte! Ti mandano a quel paese!». Ne sa qualcosa un professionista al quale un extracomunitario che stava facendo confusione insieme ad alcuni connazionali ha orinato davanti al portone di casa. «E’ successo qualcosa - sostiene Marconcini - Qualcosa ha turbato la comunità straniera, non solo quantitativamente ma qualitativamente. E’ questo elemento peggiorativo che va sconfitto». Il sindaco non si sbilancia, ma la gente chiacchiera. E negli ambienti degli inquirenti - a Pontedera ci sono polizia, carabinieri e Guardia di finanza - c’è il «sospetto forte che ci siano giri strani. Di sicuro c’è una notevole presenza femminile nigeriana e di sicuro i phone center sono quasi tutti di proprietà di cittadini nigeriani».

Droga? Prostituzione? Forse tutte e due le cose insieme. E’ certo, come enfatizzato anche da una ricerca per il progetto ministeriale Sally (260 ragazze accolte, in maggioranza nigeriane provenienti dalla Valdera), che la comunità nigeriana è oggi abbastanza rappresentativa e molte giovani donne, per prostituirsi, passano proprio da Pontedera. O ci vivono, o ci hanno vissuto. Fra le tante storie, ad esempio, c’è quella della ragazza di 25 anni che si era rifiutata di pagare l’affitto della piazzola che occupava per “lavorare” lungo l’Aurelia verso Migliarino: la giovane, abitante a Pontedera, è stata aggredita e picchiata in casa da due donne connazionali. Verso le due del pomeriggio in piazza Cavour, a meno di cinquanta metri dal municipio, un uomo vestito con pantaloni e camicione in perfetta fantasia etnica cammina e parla al cellulare in una lingua sconosciuta.

«Sono nigeriano - dice - non posso dire nulla dell’accoltellamento. Sono cose private, non so perchè si sono presi a coltellate». Ha fretta di andarsene, gli chiediamo il nome, ma lui fa segno di no con la testa. «Qualcuno sta cercando di far capitolare il percorso di integrazione intrapreso da anni. C’è gente che non vuol rispettare la legge e credo che uno dei disagi maggiori venga dalla clandestinità»: lo afferma Dia Papa Demba, un giovane arrivato dal Senegal 14 anni fa che oggi lavora in conceria a Ponte a Cappiano. «Le persone perbene ad una certa ora non si vedono in giro, perchè il giorno devono lavorare - prosegue - ma grazie a certa gente oggi l’equazione è “immigrazione uguale insicurezza”. Certo è che Pontedera è diventato, negli anni, il centro di affluenza maggiore degli immigrati. Lavorano in altri paesi, ma poi vogliono vivere a Pontedera.

Probabilmente la città non ce la fa più ad assorbire i numeri in crescita. Il conflitto, comunque, non è fra italiani e stranieri, ma fra questi ultimi. Molti non escono da una mentalità omertosa, se uno schiamazza e finisce a coltellate non saprai mai il vero motivo... E poi ci sono le speculazioni per il posto letto. 150 euro mensili, magari in cinque in una stanza». Dia Papa Demba, presidente del consiglio comunale degli stranieri, sta cercando di fare un incontro con i presidenti delle comunità: «Perchè sta a noi dare un segno, una risposta alla città. Ognuno esporta la propria cultura, le proprie guerre etniche - sostiene - dobbiamo imparare la cultura della democrazia e della libertà. Deve esserci una sana convivenza, senza ghetti, parlando la stessa lingua del dialogo».

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