Attenzione
Al castello tra pic-nic selvaggi e degrado
Elena Bizzotto
Un tempo la Rocca di Berignone era rifugio di vescovi, oggi è ridotta a un rudere
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VOLTERRA. Qualcuno lo chiama castello dei vescovi. Per altri quel grappolo medievale in cima alla collina è la Torraccia. Ed è proprio la torre che meglio si percepisce nel mezzo del cammin del bosco di Berignone, un pezzo di storia ormai inghiottita dal degrado delle campagne volterrane. “E' un peccato, lo sappiamo. L'idea è quella di ridare al castello una parvenza dell'antico splendore, almeno con cartelli turistici e indicazioni. Il vero problema sono i soldi”, l'sos "investimenti cercansi" arriva dalla Comunità montana che da anni gestisce tutta l'area. La torraccia, come si può ben capire, prende il nome da quel che è rimasto della torre. Ne sa qualcosa Alessandro Furiesi, storico e direttore della pinacoteca di Volterra: “Volterrani e pomarancini credono che il nome "castello di Berignone" derivi dal bosco, ora riserva naturale "Berignone", che da anni cresce intorno al castello, ma si sbagliano perché il bosco è venuto dopo.
Infatti, ai tempi d'oro in cui il castello era abitato, il bosco non c'era ancora, al suo posto invece si estendeva il borgo, composto da numerosi edifici di cui si possono leggere le tracce sul terreno”. Gli storici non possono dire con precisione quale fosse l'estensione dell'abitato a causa degli alberi che hanno occupato quest'area. Non è possibile nemmeno determinare se il borgo avesse una cinta muraria di difesa. L'ultimo nome, castello dei vescovi, viene dal fatto che, durante il Medioevo, fu sede dei vescovi di Volterra. La prime notizie relative al castello risalgono circa all'anno 896, data in cui il marchese Adalberto di Toscana avrebbe fatto dono del posto al vescovo di Volterra Alboino. Più volte i vescovi vi si rifugiarono per evitare rappresaglie dei ghibellini di Volterra dopo la vittoria dei guelfi. Nel 1381 gli stessi abitanti di Berignone decisero di porre sotto la tutela del comune la difesa del loro castello. In seguito ai molti assedi è stato distrutto ma sempre ricostruito fino all'anno 1399 quando, conquistato dai senesi fu restituito ormai cadente ai volterrani.
A partire dai primi anni del 1400 cominciò il suo progressivo abbandono e vano fu l'estremo tentativo di restauro dall'anno 1498. Il castello è costruito da un nucleo fortificato, il cassero, composto da una torre, che è l'unico edificio rimasto in parte in piedi, e da altre strutture in muratura. Dalle aperture sopravvissute gli storici hanno potuto intuire che la torre doveva avere tre piani oltre al pianterreno. Una cinta muraria proteggeva la zona. “Oggi il castello è una delle mete preferite dai volterrani per fare pic-nic, soprattutto il primo maggio, senza alcun rispetto per la natura ne per i resti del castello”, spiega Furiesi. Nell'ambito del patrimonio agricolo forestale regionale, la gestione del rudere è andata alla Comunità Montana. La Regione ha inteso dare un nuovo impulso alla gestione del patrimonio immobiliare, richiedendo agli enti competenti la formulazione di Programme di alienazione, per valorizzare i beni degni di conservazione.
Con il primo programma di alienazione la Comunità Montana ha così messo in vendita terreni isolati dai complessi forestali insieme ai ruderi da salvare dove si era già manifestato un interesse all'acquisto da parte alcuni enti. Continua Furiesi: “Per ristrutturare il castello servirebbe che la Comunità Montana, i Comuni e le banche della zona si unissero per raccogliere i fondi, altrimenti sarà impossibile”.
Infatti, ai tempi d'oro in cui il castello era abitato, il bosco non c'era ancora, al suo posto invece si estendeva il borgo, composto da numerosi edifici di cui si possono leggere le tracce sul terreno”. Gli storici non possono dire con precisione quale fosse l'estensione dell'abitato a causa degli alberi che hanno occupato quest'area. Non è possibile nemmeno determinare se il borgo avesse una cinta muraria di difesa. L'ultimo nome, castello dei vescovi, viene dal fatto che, durante il Medioevo, fu sede dei vescovi di Volterra. La prime notizie relative al castello risalgono circa all'anno 896, data in cui il marchese Adalberto di Toscana avrebbe fatto dono del posto al vescovo di Volterra Alboino. Più volte i vescovi vi si rifugiarono per evitare rappresaglie dei ghibellini di Volterra dopo la vittoria dei guelfi. Nel 1381 gli stessi abitanti di Berignone decisero di porre sotto la tutela del comune la difesa del loro castello. In seguito ai molti assedi è stato distrutto ma sempre ricostruito fino all'anno 1399 quando, conquistato dai senesi fu restituito ormai cadente ai volterrani.
A partire dai primi anni del 1400 cominciò il suo progressivo abbandono e vano fu l'estremo tentativo di restauro dall'anno 1498. Il castello è costruito da un nucleo fortificato, il cassero, composto da una torre, che è l'unico edificio rimasto in parte in piedi, e da altre strutture in muratura. Dalle aperture sopravvissute gli storici hanno potuto intuire che la torre doveva avere tre piani oltre al pianterreno. Una cinta muraria proteggeva la zona. “Oggi il castello è una delle mete preferite dai volterrani per fare pic-nic, soprattutto il primo maggio, senza alcun rispetto per la natura ne per i resti del castello”, spiega Furiesi. Nell'ambito del patrimonio agricolo forestale regionale, la gestione del rudere è andata alla Comunità Montana. La Regione ha inteso dare un nuovo impulso alla gestione del patrimonio immobiliare, richiedendo agli enti competenti la formulazione di Programme di alienazione, per valorizzare i beni degni di conservazione.
Con il primo programma di alienazione la Comunità Montana ha così messo in vendita terreni isolati dai complessi forestali insieme ai ruderi da salvare dove si era già manifestato un interesse all'acquisto da parte alcuni enti. Continua Furiesi: “Per ristrutturare il castello servirebbe che la Comunità Montana, i Comuni e le banche della zona si unissero per raccogliere i fondi, altrimenti sarà impossibile”.
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