Proteste
Conquistata e abbandonata, la Rocca giace
Francesca Suggi
Dov'era il castello di Monte Voltraio, oggi non c'è neppure un segnale turistico
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VOLTERRA. Tra i rovi spuntano alcuni capitelli. L'erba è alta, si intravede qualcosa anche tra i cespugli a destra del piccolo sentiero. «Dalle poche pubblicazioni che esistono sembra che siano i resti della vecchia pieve di S. Giovanni», uno scatto a quel fantasma del decimo secolo. Gli esploratori in cerca della storia della Rocca di Monte Voltraio continuano su per la viuzza. Nessun cartello turistico, neppure un pannello. «C'è solo quello stradello che si prende dall'agriturismo il Palagione. E' un peccato lasciare tutto così», Michele Quirici di Pontedera, "curioso" di professione, insieme ai ricercatori e fotografi Mario e Luca Lupi non si perdono d'animo e continuano l'esplorazione, là dove nasce il fiume Era, a tre chilometri dalla città etrusca di Volterra. E sono proprio i volterrani a guardare con dispiacere quello spettro che dalla collina guarda la Valdicecina, sempre più abbandonato.
«Eppure il suo passato è glorioso. Pensate che nel 300 gli stessi volterrani smantellarono la pieve, proprio per rendere il Comune di Monte Voltraio inoffensivo», racconta lo storico Alessandro Furiesi, direttore della Pinacoteca di Volterra. Sì, perché quel Monte già intorno al IX secolo d.c. era un vero e proprio centro abitato. Un Comune potente che metteva in ombra la supremazia della vicina Volterra. «Ci sono state guerre violente tra i due Comuni. Anche tra Volterra e San Gimignano ci sono stati scontri proprio per avere il controllo della Rocca». La storia si fa avvincente. Vedere quei resti morti sulle colline fa ancora più male. «Nel 1250 i volterrani hanno comprato tutto il castello, popoloso e vivace. Lo acquistarono proprio per smantellarlo, paradossale ma vero». Tanto che nel 1500 quel borgo castello, con tanto di fortificazioni e mura d'intorno cominciò a spopolarsi e i montevaltraini diventarono a tutti gli effetti volterrani. Statuti e documenti del 1250, ancora custoditi nell'archivio storico di Volterra, tracciano quel passato glorioso fatto di conquiste, soldati, guerre.
«Con l'università di Pisa - continua il direttore della pinacoteca - abbiamo tentato di proporre ricerche. Ma per andare nel profondo occorrono scavi, quindi fondi». Senza andare troppo in profondità, sono già saltati fuori dai cespugli - nel vero senso della parola - ben 79 unità abitative dell'epoca. «Si tratta di resti di un castello che avrebbe grandi potenzialità archeologiche, perché rispecchia il chiaro modello di fortificazione alla sommità del monte, con il borgo, la pieve e le case più in basse. Ci vivevano diverse centinaia di abitanti», spiega. L'interesse degli storici c'è, quel che manca in tutta probabilità è la volontà pubblica. Sinonimi di contributi e investimenti per avviare una vera indagine archeologica di Poggio alla Rocca, come la chiamano in gergo i volterrani.
«Occorre comunque sottolineare che la parte alta del castello è di proprietà demaniale, mentre la parte bassa è privata. Nel 2000 il Comune organizzò una mostra per ricostruire il periodo ottoniano di Volterra», aggiunge. Intanto all'orizzonte poco e niente rimane di quel loco conteso, oggi selva oscura alla Dante. Solo parti di torri, della cinta muraria, della chiesetta e delle case dei vecchi montevaltraini.
«Eppure il suo passato è glorioso. Pensate che nel 300 gli stessi volterrani smantellarono la pieve, proprio per rendere il Comune di Monte Voltraio inoffensivo», racconta lo storico Alessandro Furiesi, direttore della Pinacoteca di Volterra. Sì, perché quel Monte già intorno al IX secolo d.c. era un vero e proprio centro abitato. Un Comune potente che metteva in ombra la supremazia della vicina Volterra. «Ci sono state guerre violente tra i due Comuni. Anche tra Volterra e San Gimignano ci sono stati scontri proprio per avere il controllo della Rocca». La storia si fa avvincente. Vedere quei resti morti sulle colline fa ancora più male. «Nel 1250 i volterrani hanno comprato tutto il castello, popoloso e vivace. Lo acquistarono proprio per smantellarlo, paradossale ma vero». Tanto che nel 1500 quel borgo castello, con tanto di fortificazioni e mura d'intorno cominciò a spopolarsi e i montevaltraini diventarono a tutti gli effetti volterrani. Statuti e documenti del 1250, ancora custoditi nell'archivio storico di Volterra, tracciano quel passato glorioso fatto di conquiste, soldati, guerre.
«Con l'università di Pisa - continua il direttore della pinacoteca - abbiamo tentato di proporre ricerche. Ma per andare nel profondo occorrono scavi, quindi fondi». Senza andare troppo in profondità, sono già saltati fuori dai cespugli - nel vero senso della parola - ben 79 unità abitative dell'epoca. «Si tratta di resti di un castello che avrebbe grandi potenzialità archeologiche, perché rispecchia il chiaro modello di fortificazione alla sommità del monte, con il borgo, la pieve e le case più in basse. Ci vivevano diverse centinaia di abitanti», spiega. L'interesse degli storici c'è, quel che manca in tutta probabilità è la volontà pubblica. Sinonimi di contributi e investimenti per avviare una vera indagine archeologica di Poggio alla Rocca, come la chiamano in gergo i volterrani.
«Occorre comunque sottolineare che la parte alta del castello è di proprietà demaniale, mentre la parte bassa è privata. Nel 2000 il Comune organizzò una mostra per ricostruire il periodo ottoniano di Volterra», aggiunge. Intanto all'orizzonte poco e niente rimane di quel loco conteso, oggi selva oscura alla Dante. Solo parti di torri, della cinta muraria, della chiesetta e delle case dei vecchi montevaltraini.
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