Il Tirreno

Pontedera

La storia del paese dentro quelle mura

Francesca Suggi
La storia del paese dentro quelle mura

Villa Giuli: quasi 200 stanze, affreschi e un passato glorioso da ripristinare

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LORENZANA. «Quando passava sor Giuseppe in sella al suo cavallo, tutti uscivano dalle botteghe a riverirlo», se chiude gli occhi la poetessa Rita Pardi le sembra ancora di vedere il conte davanti a sé. Tutti i nonni lorenzanesi hanno la mente stracolma di ricordi legati a quella villa di oltre 180 stanze e 6mila ettari di terreno che a mo' di sentinella da oltre trecento anni veglia sul paese. Ieri come una grande dimora. Oggi come un fantasma dell'antico splendore. Così i suoi nobili proprietari, i conti Giuli (all'inizio del 700 era semplici carbonai che per donazioni alla curia ottennero il titolo) che negli anni Settanta hanno venduto il castello-fattoria al Comune. Le abitudini dell'antica noblesse sono ancora racchiuse in quelle stanzone affrescate e colorate. Motivi floreali, angeli, fiori che ancora a stento restano "avvinghiati" alle pareti delle camere al primo piano. «Quando ero bambino girottolavo tutti i giorni nella villa, perché ero amico del figlio del fattore Bozzi, l'ultimo che la curava.

Mi ricordo che i soffitti della limonaia erano tutti blu», vedere il tesoro nelle condizioni attuali è una ferita aperta per Paolo Bindi. Oggi ha un alimentari a Lorenzana, 40 anni fa scorazzava nella carraia dove arrivavano le carrozze, tra orci, paramenti d'oro per i cavalli dei nobili, cassapanche e mobili di grande pregio, purtroppo depredati. Un salto là dove le scalone di marmo reggono ancora. Poco è rimasto al primo piano dove dormiva il senatore del Regno d'Italia Domenico. Poi il giovane Ferdinando sposò niente meno che la contessa Maria Mimbelli, proveniente dalla celebre famiglia livornese. Magari era proprio lei a ricevere la borghesia del paese nella sala dei Limoni, a pian terreno. «Era un salotto blu dove anche noi siamo stati ricevuti tante volte}, apre il suo scrigno di ricordi Angela Pellegrini. Con lei il marito, dottore Francesco compagno di università di un erede Giuli: «Mi ricordo la sala da pranzo. Avevano studiato una cucina lontana dalla stanza dove cucinavano il più, per non far arrivare odori cattivi a noi ospiti. Poi vicino alla sala c'era un cucinotto per riscaldare le pietanze».

E da quel cucinotto partiva un cunicolo che arrivava ai sotterranei e raggiungeva il pollaio. «E' una struttura pensata nei minimi dettagli. Pensate che ogni stanza aveva due porte e le camere tutte l'anticamera, per non disturbare chi era dentro», continua. La servitù dei conti abitava all'ultimo piano. «Là avevano messo la cassaforte», raccontano le memorie storiche. Le statue di ispirazione greca che vegliano l'entrata della villa, guardano verso la carraia. L'ufficio del fattore è ancora là, così i magazzini per l'olio, le botti, i formaggi. «In cucina c'era una porticina accanto al caminetto. Il cunicolo andava giù a varie temperature per conservare cibi differenti}, ricordano ancora i Pellegrini, antica famiglia benestante di Lorenzana. Moglie e marito non possono dimenticare neppure il parco della villa: il fitto bosco di bambù è ancora là. Intatto. Meraviglioso con tigli e magnolie secolari. E chissà quante volte anche il conte Francesco Giuli Rosselmini ha preso il te nel suo giardino.

Lui è uno degli eredi - virtuali - di tutto questo spessore andato in malora. Oggi gestisce il relais del Castello di Gello Mattaccino. «Lui preferisce non parlare né venire a vedere la fine di villa Giuli. E' comprensibile», conclude Massimo Lenzi, autore del libro che parla della villa.

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