Gioco
«Serve una reazione di fronte agli episodi di intolleranza»
Latte Lath: purtroppo insulti e offese a sfondo razziale sui campi non sono rari ma negli ultimi tempi si stanno intensificando. Non si può restare indifferenti
pistoia. Le aspettative a volte possono schiacciare anche le spalle più robuste, per questo è necessario dar loro il giusto peso. Chiedere per conferma a Emmanuel Latte Lath, attaccante ivoriano classe 1999 che dalla scorsa estate veste la maglia della Pistoiese.
Lui che si è presentato nel calcio che conta nemmeno diciottenne segnando allo Juventus Stadium con la maglia dell'Atalanta, il club che lo ha cresciuto. Un gol dalle due facce: «Resta un ricordo magico, anche se ingombrante. Già la possibilità di andare in panchina mi era parsa un sogno, poi fui colto di sorpresa quando Gasperini mi disse di scaldarmi. Entrai e poco dopo realizzai il gol che riaprì la gara. Perdemmo 3-2, ma fui travolto lo stesso da un’improvvisa notorietà. Mi sento però più contento dei passi avanti compiuti successivamente, lontano dai riflettori. Le difficoltà, ancor più che dei successi, insegnano ad essere umili».
Il riferimento è all’esperienza negativa al Pescara. «Arrivai in Abruzzo all'inizio della scorsa stagione accolto come un predestinato, invece le cose si misero subito male perché un’infiammazione al ginocchio mi mise fuori causa. Fu un periodo terribile: sei mesi fermo, lontano da famiglia e amici. Allora chiesi di poter tornare all’Atalanta, in Primavera: dovevo fare un passo indietro per recuperare condizione e fiducia».
Poi la scorsa estate è arrivata la chiamata della Pistoiese, in Serie C. E l'impatto è stato positivo: «Indiani mi diede subito spazio e contro la Lucchese segnai un bel goal di testa. Mi commossi fino alle lacrime, fu una vera e propria liberazione». Sulle ali dell'entusiasmo, Latte Lath firmò il bis nella gara successiva contro il Pro Piacenza. Ma da quel 26 settembre è a digiuno: «Il gol non può e non deve rappresentare una ossessione, l'importante è giocare per la squadra. E farsi trovare sempre pronti».
Del resto l'ivoriano, nella vita, è sempre stato pronto. «Ero piccolissimo quando mio padre decise di emigrare in Italia. Rimasi in Costa d'Avorio con la famiglia, poi quando avevo sette anni effettuammo il ricongiungimento familiare e ci stabilimmo a Cremona. Iniziai a giocare in una squadra locale e di lì a poco fui scoperto dagli osservatori dell'Atalanta».
La sua è una storia d’integrazione positiva, eppure non è tutto rosa e fiori. «In campo ho assistito ad episodi brutti: con il tempo ho imparato a non reagire agli insulti e alle offese ma purtroppo sono situazioni tutt’altro che rare. La miglior cosa è rispondere sul campo; tuttavia, di fronte agli episodi di intolleranza che si stanno moltiplicando, non si può e non si deve restare indifferenti». —
Alessandro Benigni
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