Gioco
Da scugnizzo a coach di A le 100 panchine del Diablo
di Elisa Pacini
Vincenzo Esposito raggiungerà il traguardo nel match fra la The Flexx e Milano La “pagella” di Franco Marcelletti, che lo fece esordire a 15 anni in massima serie
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PISTOIA. Cento panchine in serie A vissute intensamente, come solo chi vive per il basket e non di basket può fare. Sono quelle che Vincenzo Esposito festeggerà lunedì sera contro Milano, nel momento più difficile della sua esperienza da coach di Pistoia, con cui ha timbrato la stragrande maggioranza (80) della cifra tonda di presenze, con il 46% di vittorie in regular season, due partecipazioni ai playoff e una alla Coppa Italia.
Un traguardo in cui Franco Marcelletti, il “professore” di quell’università del basket che era la Caserta anni ‘80, dove la stella del Diablo giocatore iniziò a brillare, rivede la meticolosità di quello “scugnizzo” che fece esordire in serie A a 15 anni e una “saggezza” che il tempo ha donato anche ad uno dei giocatori con più “genio e sregolatezza” di sempre.
Marcelletti segue Esposito allenatore?
«Certo, io non sono il tipo che telefona, che manda messaggi ma seguo tutti i miei ragazzi. Delle sue cento panchine in serie A sono molto contento, è un traguardo che Enzo merita. Avendo giocato fino a 37-38 anni, ha iniziato tardi ad allenare, ma vuol dire che è andato veloce. Nonostante questo ha fatto una bella gavetta a Trento, Agrigento, Imola, e infine il buon lavoro a Caserta (dove sfiorò la salvezza subentrato in corsa nella stagione 2014/2015, ndr), lo ha aiutato a crescere. In un basket dove ogni anno si cambiano roster e giocatori, lui riesce a mettere in campo delle squadre con una filosofia ben definita».
Rivede un po’ del Diablo giocatore nell’Esposito coach di oggi?
«È sempre stato un giocatore di carattere e molto meticoloso anche in allenamento. Di quelli che il sabato e la domenica sono in palestra a tirare, mentre i coetanei facevano altro. Uno sempre deciso a migliorarsi. Questo lo vedo anche ora, la sua Pistoia lo dimostra: nonostante il confronto con squadre costruite con altri budget, è lì che tiene botta. Devo dire poi una cosa: lui ha dimostrato grande adattabilità – che non sempre si riscontra in chi ha avuto una carriera da giocatore di altissimo livello – alla situazione attuale, con un livello tecnico di A1 e Legadue che si è abbassato. C’è anche una cosa che un po’mi meraviglia: da giocatore Enzo aveva poca pazienza, a 49 anni invece vedo che la saggezza sta arrivando anche a lui. Lo dico con tutto l’affetto di chi ha iniziato ad allenarlo a 13 anni».
Per Esposito e per la The Flexx questo è un momento delicato. Come valuta questa stagione fin qui?
«Io considero Pistoia una bella realtà, un ambiente che si prende cura di un tesoro com’è la serie A in un basket in cui oggi contano solo i soldi. Per questo penso che per Pistoia la salvezza sia già uno scudetto. Con Ivanov, che Enzo ha già avuto, la squadra ora è più competitiva».
Di novelli Esposito in giro ne vede?
«Nemmeno col binocolo. Ma quella era un’altra generazione, aveva altri sogni e altre ambizioni. Io che sono tornato a lavorare con i giovani (nel vivaio della Tezenis Verona, ndr) mi accorgo che abbiamo trascurato generazioni di giocatori. Esposito ha debuttato in serie A a 15 anni, ora ci arrivano a 25-26 e spesso non sono pronti, non hanno un livello fisico e tecnico alti».
Esposito dice sempre di vedere il suo futuro da coach all’estero. Ma non farebbe bene all’Italia del basket un Diablo anche in panchina?
«Certo che farebbe bene, ma dipende dal movimento. Dalla Legabasket, dalla Federazione, da chi scrive le regole del gioco e deve decidere cosa è importante. Se lo è il trattenere giocatori ed allenatori italiani importanti, allora bisogna creare le condizioni per farli rimane in Italia».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Un traguardo in cui Franco Marcelletti, il “professore” di quell’università del basket che era la Caserta anni ‘80, dove la stella del Diablo giocatore iniziò a brillare, rivede la meticolosità di quello “scugnizzo” che fece esordire in serie A a 15 anni e una “saggezza” che il tempo ha donato anche ad uno dei giocatori con più “genio e sregolatezza” di sempre.
Marcelletti segue Esposito allenatore?
«Certo, io non sono il tipo che telefona, che manda messaggi ma seguo tutti i miei ragazzi. Delle sue cento panchine in serie A sono molto contento, è un traguardo che Enzo merita. Avendo giocato fino a 37-38 anni, ha iniziato tardi ad allenare, ma vuol dire che è andato veloce. Nonostante questo ha fatto una bella gavetta a Trento, Agrigento, Imola, e infine il buon lavoro a Caserta (dove sfiorò la salvezza subentrato in corsa nella stagione 2014/2015, ndr), lo ha aiutato a crescere. In un basket dove ogni anno si cambiano roster e giocatori, lui riesce a mettere in campo delle squadre con una filosofia ben definita».
Rivede un po’ del Diablo giocatore nell’Esposito coach di oggi?
«È sempre stato un giocatore di carattere e molto meticoloso anche in allenamento. Di quelli che il sabato e la domenica sono in palestra a tirare, mentre i coetanei facevano altro. Uno sempre deciso a migliorarsi. Questo lo vedo anche ora, la sua Pistoia lo dimostra: nonostante il confronto con squadre costruite con altri budget, è lì che tiene botta. Devo dire poi una cosa: lui ha dimostrato grande adattabilità – che non sempre si riscontra in chi ha avuto una carriera da giocatore di altissimo livello – alla situazione attuale, con un livello tecnico di A1 e Legadue che si è abbassato. C’è anche una cosa che un po’mi meraviglia: da giocatore Enzo aveva poca pazienza, a 49 anni invece vedo che la saggezza sta arrivando anche a lui. Lo dico con tutto l’affetto di chi ha iniziato ad allenarlo a 13 anni».
Per Esposito e per la The Flexx questo è un momento delicato. Come valuta questa stagione fin qui?
«Io considero Pistoia una bella realtà, un ambiente che si prende cura di un tesoro com’è la serie A in un basket in cui oggi contano solo i soldi. Per questo penso che per Pistoia la salvezza sia già uno scudetto. Con Ivanov, che Enzo ha già avuto, la squadra ora è più competitiva».
Di novelli Esposito in giro ne vede?
«Nemmeno col binocolo. Ma quella era un’altra generazione, aveva altri sogni e altre ambizioni. Io che sono tornato a lavorare con i giovani (nel vivaio della Tezenis Verona, ndr) mi accorgo che abbiamo trascurato generazioni di giocatori. Esposito ha debuttato in serie A a 15 anni, ora ci arrivano a 25-26 e spesso non sono pronti, non hanno un livello fisico e tecnico alti».
Esposito dice sempre di vedere il suo futuro da coach all’estero. Ma non farebbe bene all’Italia del basket un Diablo anche in panchina?
«Certo che farebbe bene, ma dipende dal movimento. Dalla Legabasket, dalla Federazione, da chi scrive le regole del gioco e deve decidere cosa è importante. Se lo è il trattenere giocatori ed allenatori italiani importanti, allora bisogna creare le condizioni per farli rimane in Italia».
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