Il Tirreno

Pistoia

Galanda contro l’arbitro «Non ho finto l’infortunio»

di Elisa Pacini
Galanda contro l’arbitro «Non ho finto l’infortunio»

Il capitano biancorosso si sfoga con Alberto Mattioli, fischietto pesarese: «Mi ha detto che l’ho preso in giro, facevo il morto. Ma la gomitata mi ha steso»

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PISTOIA. Dopo la lunga sfilza di provvedimenti disciplinari del lunedì post derby, in casa Tesi Group le acque rimangono movimentate. Chiuso con più di 5.000 euro di multa il capitolo tifosi, rimane caldo l'altro tema della serata, ovvero la gomitata rifilata da Ortner a Galanda e le scintille tra il capitano biancorosso e l'arbitro Alberto Mattioli di Pesaro, che hanno portato alla deplorazione del Gek Nazionale. Una sanzione che non è andata giù all’uomo e allo sportivo tutto d'un pezzo qual è il leader biancorosso. Per questo Galanda si è sentito in dovere di ricostruire i fatti con una lunga lettera diramata ieri dall'ufficio stampa del Pistoia Basket. Una lettera incisiva che inchioda ad una riflessione il mondo arbitrale sulla persistente impossibilità di dialogo tra giocatori, società e "grigi".

Rabbia. «Abbiamo vinto il derby contro Siena – scrive Gek appena rientrato a casa domenica sera – abbiamo giocato una delle migliori partite dell’anno battendo la squadra che attualmente gioca la miglior pallacanestro in Italia. Eppure non mi sento tranquillo, e anzi sento l'amaro in bocca... La mia unica presunzione è di essere una persona onesta, e forse proprio per onestà intellettuale sento che non posso non scrivere queste righe». Poi parla della gomitata di Orter, un fallo da sanzionare con l'antisportivo ma che in alcuni casi può portare all'espulsione. «Ammetto – continua Galanda – di aver adottato io stesso una difesa al limite del fallo nell'azione di gioco, ma la terna arbitrale aveva deciso di lasciar correre per l'andamento della partita piuttosto "fisico". Una volta indietreggiato ho visto che il mio avversario ha controllato dove fossi ed in seguito ha lasciato partire una violenta sbracciata che tutt’ora mi causa un discreto mal di testa».La corsa del dottor Galli in campo è la prova della preoccupazione di Gek che, oltre ad aver visto "nero" per qualche attimo, ha accusato una forte fitta alla tempia. «A parte la pericolosità del gesto di Ortner, che posso forse anche giustificare con l'agonismo della partita (ma Galanda evidenzia che il giocatore austriaco non si è nemmeno interessato della sua salute a differenza di altri, ad esempio Ress), a parte la madornale svista, quello che non giustifico è l'atteggiamento arbitrale nei confronti di una tale situazione».

Derisione. Il primo a lamentare quanto detto da Mattioli con Galanda a terra era stato uno sdegnato Nicola Salerni- altro, signore di sport, nella telecronaca della gara per Tvl. «Mi è stato contestato in modo ironico di esser "morto" in campo – dice Galanda – dopo essere stato "appena toccato" e di "essermi rialzato dopo un attimo". In sostanza di aver fatto una sceneggiata, visto che per fortuna, o forse per caso, non ho avuto conseguenze serie». Ma l'atteggiamento discutibile di Mattioli è proseguito anche a fine gara, quando il capitano cercava spiegazioni in virtù di una conoscenza ultraventennale con l'arbitro. Un confronto morto sul nascere sull’ennesimo "Lasciami stare, mi hai preso in giro! Eri morto in campo!” pronunciato dal fischietto pesarese, prima di una serie di epiteti poco gentili.

L'appendice. Ma la querelle non finisce, anzi continua in un noto ristorante cittadino, dove squadra e arbitri, casualmente, si ritrovano. «Forse troppo testardo o ingenuo, chiedo a Gianluca (Mattioli, ndr) – scrive ancora Galanda – di avvicinarsi e gli porgo la mano in segno di riconciliazione... Ma davanti a me trovo l'arbitro che si avvicina, mi stringe la mano, rincarando: "Eri morto! Eri morto in campo". Da lì il gelo, lo sconcerto negli occhi dei presenti e l'amarezza che sale nel Gek Nazionale che chiude la lettera, lanciando una domanda. «C'è bisogno che un giocatore si faccia seriamente del male per sanzionare un gesto del genere? Ma soprattutto, quand'è che ci si potrà confrontare tra arbitri, giocatori e dirigenti? E quando si smetterà di vivere in due realtà parallele: quella delle società e dei giocatori, che vincono e perdono sul campo una partita, e dall'altra quella decisa a posteriori, al chiuso di uno spogliatoio arbitrale, dove vengono prese decisioni incontestabili? Il rispetto non può essere preteso da una sola delle due parti».

 

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