Il Tirreno

Pistoia

Il doppio volto di “JJ” Gtg ancora in attesa del vero Johnson

di Elisa Pacini
Il doppio volto di “JJ” Gtg ancora in attesa del vero Johnson

Il diesse Iozzelli: «La sua storia americana parla per lui Per ora non abbiamo visto il giocatore che realmente è»

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PISTOIA. Per chi nel 2011 lo spedì al Draft Nba, Ja Juan Johnson è un saltatore “molto pericoloso per i tabelloni dei canestri, per chi lo ha osservato bene nel precampionato biancorosso la sua presenza vicino a canestro ricorda il miglior Jarvis Varnado: giudizi importanti basati su un potenziale tecnico ed atletico su cui non si discute ma che attendono ancora la prova del campo, visto che tra i punti interrogativi delle prime tre gare di serie A della Tesi Group c’è proprio il ragazzo di Indianapolis.

A vedere la prova altalenante di JJ Johnson a Cantù, ma soprattutto quelle negative con Avellino e Sassari, si fa fatica a rivedere l’atleta “incredibile” di cui parla Jack Owens, l’assistente allenatore di Purdue University (il college dove da senior vinse il premio di miglior difensore dell’Ncaa) presentandolo alla vetrina Nba del giugno di due anni fa. Lì JJ, con i suoi salti, le stoppate e i rimbalzi convinse i Boston Celtic che lo scritturarono al primo giro. Eppure anche in precampionato la sua attitudine offensiva anche se a tratti anarchica, era stata molto produttiva. Ben lontana dai cross a canestro visti al PalaSerradimigni, dove le sue qualità da mantide d’area non si sono viste, tanto che Johnson ha finito con uno scialbo 6/17 al tiro e ha messo a segno una “sola” schiacciata.

«I discorsi fatti a settembre sono tutt’ora validi – dice il direttore sportivo Giulio Iozzelli su JJJ – Johnson è un giocatore che non scopriamo certo noi. La sua storia americana parla per lui: ma la storia europea dei ragazzi che arrivano da Oltreoceano dice che ci sono quelli che immediatamente si calano nel nuovo contesto, quelli che hanno bisogno di più tempo, quelli che falliscono alla prima stagione e fanno bene dopo, altri che invece non si ambientano. Spesso però in Europa ci manca una cosa: la pazienza di aspettare ragazzi che, come lui, si ritrovano in un ambiente sportivo totalmente diverso da quello dove erano abituati. Il fatto che il nostro quintetto non abbia mai giocato insieme prima d’ora, rende più complicato riuscire a trovare in tempi brevi l’amalgama».

L’esperienza insegna che la lista di giocatori incompresi dopo qualche gara sbagliata e poi esplosi da un'altra parte è lunga. Rimanendo a Pistoia, se ci sono stati “rookie” interessanti che da subito hanno girato a mille come Varnado e Hardy, ci sono stati anche giocatori il cui rodaggio è stato più lungo, come lo stesso Antonio Graves, uno dei simboli della promozione dell’anno scorso. Per non parlare di Antonio Granger, che fu cacciato dopo poche gare nell’ultimo anno dell’Olimpia, e che dopo è diventato un giocatore di livello internazionale con le maglie di Cska Mosca ed Efes Pilsen.

«Johnson sta facendo fatica – continua il diesse – come mi sembra tutti gli altri, forse un po’ meno le guardie. Lui è in confusione, inutile negarlo, non abbiamo visto ancora il giocatore che è. Il discorso vale per tutti: a Sassari abbiamo visto una serie di errori banali che sono conseguenza della pressione, della non confidenza che i ragazzi hanno tra loro. Mi riferiscono ad assist e palle perse in maniera elementare, ad antisportivi regalati. Sono cose dettate dalla fretta e dalla superficialità di una squadra che ha voglia di fare ma ancora non riesce ad esprimersi come vuole. La trasferta di Milano, come era stato per Sassari, ci devono servire per fare dei passi avanti in questo senso».

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