Il Tirreno

Pistoia

L’APPELLO

Tutta la città stasera sul parquet del PalaCararra a fianco dei biancorossi col cuore e con la voce

PISTOIA. Ci siamo. Le resa dei conti è arrivata, l’ultimo atto è alle porte. Alle 20.45 di oggi, Pistoia e Scafati si giocano un posto nella finalissima per salire in Serie A. La bella favola del...

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PISTOIA. Ci siamo. Le resa dei conti è arrivata, l’ultimo atto è alle porte. Alle 20.45 di oggi, Pistoia e Scafati si giocano un posto nella finalissima per salire in Serie A. La bella favola del Pistoia Basket sta per aggiungere un nuovo capitolo degno di essere raccontato. Sì perché una squadra di uomini veri, prima ancora che validi giocatori, ha saputo restituire ad una città intera il proprio orgoglio, la voglia di sognare ed emozionarsi. Più forti delle avversità, delle penalizzazioni, degli infortuni. Delle polemiche e di certi arbitraggi.

Ora, ad un passo dalla finale, tocca al pubblico “scendere in campo” al fianco di un gruppo di ragazzi capaci di gettare tante volte il cuore oltre l’ostacolo. Ma come, direte? Il pubblico la propria parte l’ha sempre fatta egregiamente, seppur con qualche deprecabile eccesso che è figlio della nostra indole di toscani sboccati, beceri, polemici, passionali, sanguigni ed insofferenti ad ogni (vero o presunto) sopruso. Ecco quindi il concetto da ribadire ancora: la capacità di far “girare” il volto di una partita, di non far sentire una squadra da sola, stanno nelle corde e nell’anima di un palasport che non ha mai ammainato bandiera. Che fosse A1 o C2 poco importa. E nei tanti scalpi di avversari anche illustri raccolti nella “Cattedrale” di Sant’Agostino, più e più volte il pubblico di Pistoia ha giocato un ruolo preponderante e decisivo. Tutti al Palasport, quindi. Per l’orgoglio di una città, perché il basket pistoiese senza la passione dei suoi tifosi non sarebbe nulla. Alzate i decibel e non perdete la testa: non servirebbe a nulla e la squadra lo percepirebbe subito. Ci sarà da lottare, da spingere. Col cuore, con la voce. Battendo mani e piedi. Senza respiro, per non avere poi rimpianti. 40 minuti che dovranno sembrare quattrocento, quattromila.

Cristiano Rabuzzi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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