Il Tirreno

Pistoia

L’ex coach, uno dei massimi esperti di giocatori Usa, assolve Moretti: «Difficilissimo scegliere in quei momenti»

«Cara Pistoia, capita anche nell'Nba»

Elisa Pacini
<b>ROBERTO BOB CARMENATI </b>
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ROBERTO BOB CARMENATI

Bob Carmenati rilegge il caos di gara-tre: Varnado e Forte come due bambini

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 PISTOIA. Joe perché lo hai fatto? Da martedì notte la domanda riecheggia nella testa dei tifosi biancorossi. Nonostante il carattere pepato dell'ex Celtic, resta difficile capire come mai un giocatore così coccolato come è (o era?) lui a Pistoia, faccia una scelta così dannosa per la squadra e per se stesso nel match decisivo. Lo abbiamo chiesto a uno dei maggiori esperti di giocatori americani che ci siano in Italia, Roberto Bob Carmenati, ex coach di Fabriano, Napoli, Pozzuoli, l'uomo che ha portato a Livorno Brad Miller prima che diventasse un simulacro dell'Nba e che ha fatto l'assistente a Jabbar con gli Oklahoma Storm. «Forte è sempre stato un giocatore di primo livello - dice Carmenati - ma la sua carriera ha sempre avuto molte ombre caratteriali. In un momento di grande pressione agonistica e di grande responsabilità per il campionato di Pistoia, è prevalso un sentimento infantile. Il battibecco tra lui e Varnado assomiglia molto al bisticcio tra due bambini che si contendono l'oggetto del desiderio cioè il pallone».  «Forte - continua - per talento avrebbe potuto giocare in squadre da Eurolega, ma vuole essere il principale attore. Quando non sei a minibasket o ai giochi della gioventù, quando si parla di professionismo, il talento va messo al servizio del lavoro per cui sei pagato. Ci sono delle responsabilità». Fatti simili in Italia, su due piedi non vengono alla mente. Ma Oltreoceano... «Il paragone più eclatante - continua Carmenati - è quello della prima finale Nba di Chicago, dopo Michael Jordan. Le stelle erano Pippen e Kukoc. C'era l'ultima palla da giocare, sulla rimessa, di un match equilibrato. Phil Jackson dice che l'ultimo tiro lo deve prendere Kukoc. Pippen si offende e si rifiuta di entrare in campo. La gara riprende, Kukoc tira, fa canestro e Chicago vince. Certi errori succedono anche nelle migliori famiglie». Paragone tanto altisonante quando d'effetto. In cui nella disputa tra due stelle, c'è il delicato ruolo dell'allenatore. Moretti dopo il bisticcio ha tenuto "in panca" la sua coppia di americani. Ha fatto bene? «Il ruolo del coach è delicatissimo - dice l'americanologo, come Carmenati veniva chiamato ai tempi di Livorno - faccio un altro esempio sempre di Nba ma più recente. Nella quarta sconfitta dei Lakers ai playoff, in cui sono stati eliminati due stelle come Bynum e Odom hanno commesso falli antisportivi al fine di essere espulsi. Volevano uscire perché stavano perdendo di 30 e non volevano portarsi addosso l'umiliazione del ko. Eppure anche qui in panchina c'era Jackson, uno dei coach considerati maestri anche nella gestione dello spogliatoio. Capita a volte e l'allenatore subisce certi capricci. Si spera sempre che il coach abbia il controllo di tutto e tutti ma è difficile».  Oltre al brutto spettacolo, c'è il danno per la squadra in cui si gioca e fino all'altro ieri si esulta dopo le vittorie vedi Forte dopo la qualificazione ai playoff. Ma c'è di più: c'è il danno a se stessi che nel caso del numero 13 biancorosso, macchia la sua stagione fino a qui molto positiva. Iniziata e finita nella stessa squadra dopo diversi anni di esperienze finite male. «Il vero aspetto è proprio questo - conclude Carmenati - ma un giocatore è un giocatore nella propria personalità. Gli psicologi parlano di sfera ludica e sfera razionale. L'aspetto ludico in parte dominante è un dato che fa tutti i grandi giocatori. Il gioco fa rendere al massimo quello che poi diventa un lavoro ma a volte sbilancia troppo e dà vita ad atteggiamenti come questo dove restituisce soprattutto la parte istintiva».

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