Gioco
Una leggenda della Pistoiese, ne ha passati 20 in arancione
Gli 80 anni di Cagnolo tra bici e tiri in porta
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QUELLA SFORBICIATA. Tuci portato via a braccia dopo la famosa (e pericolosa) sforbiciata di Castagner 5 MINUTI DI LETTURA
PISTOIA. Campo Frascari, lato via Gorizia. Alcuni ragazzini si alternano sul dischetto del rigore. Tra i pali c'è un portiere un po' speciale: la maglietta rosso-verde del Drago aderente al fisico asciutto e dinoccolato, lo sguardo furbo e la stessa voglia di stare in campo degli altri. È il turno di un peperino di dieci anni, capelli nerissimi. Gol. Nell'angolino basso, calciando alla perfezione. Come gli ha appena insegnato il portiere, che invece di anni ne ha appena compiuti 80, sfoggia una zazzera di capelli bianchissimi ed è una delle poche leggende del calcio arancione di tutti i tempi. Romolo Tuci, o meglio Cagnolo, come lo conosce quasi tutta la città, al vecchio campo Boario ci viene da una quarantina d'anni due volte la settimana, per giocare a pallone insieme ai ragazzi. Ci arriva rigorosamente in bicicletta, l'altra sua grande passione. Niente cellulare, sei fortunato se ti risponde al telefono di casa. Un burbero, si dice in giro. Niente di più sbagliato. Capitano inamovibile della Pistoiese per dodici stagioni, sempre in mezzo alla difesa a sgomitare con gli attaccanti avversari, Romolo Tuci ha iniziato da ragazzino proprio al Boario, il campo che suo fratello, l'indimenticabile "Bruschino", si era conquistato con pazienza e sudore alla guida di un manipolo di piccoli eroi del quartiere della Vergine. Come Boka con i ragazzi della Via Paal, con l'unica differenza che di là dalle barricate non c'erano le Camicie Rosse ma il comune, che intendeva restituire al campo il suo ruolo di mercato del bestiame. Il Boario è sempre lì e svariate generazioni di ragazzini pistoiesi devono ringraziare Bruschino e la sua compagnia. Forse è anche per questo che Cagnolo non riesce a stare lontano da quel campo. «Niente foto, mi raccomando», avverte prima della chiacchierata. Tanti auguri, Romolo. Ottant'anni portati benissimo. «Macché auguri, non me li fate per favore. Qui qualcuno deve avermi messo in mezzo, i fogli di quel calendario son volati così in fretta...». Ma perché "Cagnolo"? «Il soprannome me lo mise mia nonna. A sei mesi camminavo già spedito e la seguivo ovunque. Lei mi diceva 'vieni cagnolino, vieni'. E io dietro». Una famiglia celebre, la sua. E un fratello indimenticato. «Brunero era malato di calcio, molto più di me. Il Boario è diventato un campo grazie a lui. Ogni tanto 'seccava' un albero, di quelli che davano fastidio. E lui era costretto a farlo sparire. Era un grande allenatore, completamente autodidatta». Una carriera spesa interamente a Pistoia. «Interamente. Prima della Pistoiese avevo giocato nell'Ac Juventus di Bruschino e nella Rinascita di Porta San Marco. Poi nel '49 passai alla squadra riserve della Pistoiese e nello stesso periodo entrai a lavorare alla San Giorgio. Quando fu soppressa la squadra riserve, rimasi inattivo per qualche tempo non potendo più far parte delle giovanili. Allora non esistevano le categorie, fino a 18 anni erano semplicemente giovanili. Dopo, o prima squadra o nulla». L'esordio vero e proprio in arancione a quando risale? «1951, giocai qualche partita. Dall'anno seguente in poi fui schierato titolare, facemmo sei campionati di quarta serie fino alla promozione in serie C del '59». Si narra di lei come uno stopper temutissimo. Ha fatto anche qualche gol? «Sì, nella mia porta. Di quelli ne ho fatti tanti. In quella degli avversari nemmeno uno. Del resto ai nostri tempi la linea difensiva si fermava a metà campo, ad attaccare ci pensavano gli altri. Facevamo qualche puntatina in area avversaria solo in caso di corner nei finali arrembanti, quando eravamo sotto e c'era da tentare il tutto per tutto. Ma si arrivava così stanchi che bastava una spintarella per farci cadere come pere cotte». Non era un calcio migliore, come si sente dire spesso? «Assolutamente no, non state a sentire certi discorsi. Correvamo così poco che spesso la doccia era superflua». La rovesciata di Castagner è rimasta nella storia. «Frattura del setto nasale e venti punti di sutura: ci sono le foto mentre mi portano via tutto insanguinato. Ero a fine carriera, dopo quell'episodio giocai qualche altra partita e poi smisi». Qualche altro avversario che le è rimasto addosso? «Virginio De Paoli, centravanti del Pisa. Non so come facesse, ma mi andava via tutte le volte. Era imprendibile, l'anno dopo passò al Venezia e poi alla Juve». Gli ufo a Firenze nel '54: realtà o leggenda? «Guardavano tutti per aria, può darsi che qualcosa ci fosse. Chissà... Mi hanno anche chiamato un paio di volte in televisione per parlarne. Portai Lomi con me, perché da solo non ci sarei mai andato». Da chi ha imparato di più? «Ricordo con grande piacere due allenatori, Olivieri e Vecchina. Avevano giocato entrambi in nazionale, Olivieri fu il portiere dell'Italia che vinse il mondiale del '38». E lei, ha mai pensato di allenare? «No. Questi ragazzini non mi starebbero a sentire. Mi limito a qualche consiglio, ma dubito che lo seguano». Tutta la carriera in arancione a Monteoliveto... «E' un peccato che l'abbiano demolito. Che stadio affascinante, potrei descriverlo metro per metro. Le tribune di legno, la pista di atletica, i popolari che dopo la guerra furono ricostruiti in cemento. E poi quella scritta... Mi ricordo una volta da ragazzino, quando facevo la 5ª alle Stinche, ci portarono dentro e rimanemmo a bocca aperta ad ammirarlo». E al Comunale, da spettatore? «Mai messo piede». Perché? «Non ne potevo più di Pistoiese. Ero l'unico di Pistoia, la domenica sera gli altri se ne andavano e il lunedì mattina ero il bersaglio di giornalisti e tifosi. Non potevo uscire di casa che mi pescavano, dovunque fossi. Quando smisi, dissi basta. Ovviamente quella maglia è sempre nel mio cuore, ho piacere che vinca e che torni grande. Ma a me lo sport piace farlo, non guardarlo. Non mi interessa, e non chiedetemi i risultati. Non vengo nemmeno a vedere le partite di questi bambini. Preferisco andare in bicicletta». In centro? «Anche in centro, ma durante la settimana. La mattina faccio sempre due chiacchiere con i vecchi amici del Savoia, il bar che era all'angolo tra via della Madonna e via Buozzi. Il sabato e domenica vado con la bici da corsa a fare qualche chilometro. Un paio d'anni fa andammo fino a Firenze, a piazzale Michelangelo». E il martedì di nuovo qui, a giocare a pallone... «Vengo per fare due tiri in porta e fare la doccia. A proposito, si sta facendo tardi». C'è ancora il sole, per fortuna. Il tempo di qualche palleggio, prima di inforcare la bici. Prima dei saluti, spunta fuori la macchina fotografica. «Avevo detto di no», sorride.
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