Il Tirreno

Pistoia

La nuova vita di Avenia: sul parquet insieme ai bambini

Elisa Pacini
<b>ANNO NERO.</b> Donato Avenia con la in maglia della Mabo e dell&#146;Italia. Sotto il titolo Mays, americano con cui Avenia aveva legato in modo particolare. Ora l&#146;ex Olimpia ha aperto una scuola di basket
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ANNO NERO. Donato Avenia con la in maglia della Mabo e dell’Italia. Sotto il titolo Mays, americano con cui Avenia aveva legato in modo particolare. Ora l’ex Olimpia ha aperto una scuola di basket

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 PISTOIA. Grande senso del canestro ma soprattutto una carica agonistica da gladiatore. Donato Avenia, sul campo, si poteva raccontare così. Dalle tante gare nella diciassette stagioni professionistiche alle ultime nelle nobili categorie dilettanti in cui è stato protagonista assoluto. Una carica che, l'ex Olimpia Pistoia, oggi 44enne, ripropone da qualche anno (non molti in verità) dall'altra parte della barricata, ovvero in panchina. Una via comune, si penserà, per chi sente il richiamo del parquet così forte da giocare fino a 42 anni (nella stagione 2007/2008 è stato capitano della promozione di Ostuni in B1). Ma non è esattamente così: la nuova vita di Donato Avenia non è fatta di scorciatoie legate al suo nome. «Non sono mai stato un ruffiano - dice con un tocco d'orgoglio l'ex ala biancoazzurra - io voglio lavorare con i giovani, quello che manca al basket italiano. Allenare in serie A non m'interessa».  La sua carriera di allenatore è nata da due cose: l'amore per un basket sempre più in crisi e il legame con la propria terra. Siamo a Colleferro, comune dell'Appennino laziale tra Roma e Latina, dove Avenia vive con la famiglia. Insieme a un amico decide che anche in questo angolo di Lazio è l'ora di far tornare a rimbalzare la palla a spicchi. Nel frattempo ha preso la tessera di allenatore e così decide di impegnarsi per risollevare le sorti della società cittadina, l'Ab Pallacanestro Colleferro. «Diciamo che ho sempre pensato di rimanere nel basket - racconta Avenia - ma volevo farlo dedicandomi ai più giovani. E così ho fondato la scuola basket "Donato Avenia" per coinvolgere tutti i ragazzi in età da minibasket, per far giocare quanti più bambini possibile. Alleno anche due squadre giovanili, un'Under 17 e una di Promozione fatta con tutti ragazzi del posto». Dopo una carriera ventennale, Avenia non esita a definire l'allenamento come la sfida più dura da vincere. «Insegnare ai giovani oggi è veramente difficile - dice - trasferirgli concetti come sacrificarsi in palestra o solo catturare la loro attenzione è un'impresa. Non è nemmeno colpa loro, sono stati abituati ad aver sempre ragione e si comportano così». Una sfida in cui lui crede molto, anche perché è da qui che passa il futuro del basket italiano, una pianta malata dalle radici. «Il problema del basket italiano? - dice l'ex ala che con la maglia di Palestrina nella stagione 2005-2006 dette del filo da torcere al Pistoia Basket nei playoff della B1 - non ci sono più gli istruttori che c'erano 30 anni fa. Oggi tutti gli allenatori, dopo qualche anno che allenano vogliono andare in serie A. Se facciamo una statistica tra i primi tre campionati italiani, dall'A1 alla B1, ci sono una sessantina di squadre. Ogni anno ci sono più o meno venti nuovi allenatori mentre invece sono pochissimi i giocatori giovani. Non è nemmeno tutta colpa degli allenatori perché per tenersi il posto, devono cercare la soluzione di squadra più veloce. Ma se i ragazzi non si fanno mai giocare, non saranno mai pronti. Oggi sono chiamati "giovani" anche i ragazzi con più di trent'anni. Non è come quando ho iniziato io. Quando finivi il ciclo juniores se eri bravo continuavi, se no ti trovavi un altro lavoro».  390 presenze in A1, molte delle quali con la maglia di Reggio Calabria e Roma dove ha vinto l'unico trofeo (la Korac nel '92) di una carriera in cui la sua grinta lo ha portato sempre ad essere un trascinatore per le sue squadre. Un lungo giro d'Italia in cui Pistoia non è stata certo la tappa più felice. Qui Avenia rimase solo pochi mesi, dall'estate '98 al gennaio '99 quando sul PalaFermi tirava già una brutta aria. «Era un momento particolare - ricorda - si respirava già aria di smobilitazione. A gennaio per uno come me non era possibile rimanere lì e me ne andai (a Ragusa, ndr). Ricordo che avevo legato molto con un americano, Travis Mays che si infortunò all'inizio della stagione. Peccato perché sono sicuro che con lui e con l'entusiasmo della gente di Pistoia, avremmo fatto un gran campionato. Forrest invece come tutti gli americani all'inizio della carriera europea, andava in campo solo per le statistiche. A Pistoia c'è sempre stata una buona tradizione. Quando venivo a giocare contro Rowan e soci, ho l'immagine della gente alla balaustra ma anche il palazzetto pieno quando con Palestrina sono venuto in serie B».

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di Redazione web