Gioco
Tutta colpa di un mercato sbagliato
Giulio Corsi
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CAPITANO. Fiorello Toppo, lunico che ha alte probabilità di restare Skinn, Phillips, Hafnar gli errori più gravi. E non si è seminato per il futuro
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PISTOIA. Dunque il campionato della Carmatic si è fermato a gara-quattro del primo turno playoff, proprio come era successo due anni fa quando la neopromossa rivelazione di Lasi uscì di scena per mano di Reggio Emilia. Allora però aver raggiunto la post season ed avere addirittura allungato la serie fu un successone, roba da farsi la doccia con una bottiglia di Dom Perignon per festeggiare. Stavolta no. Stavolta insistere nel dire che l'obiettivo minimo è stato raggiunto ricorda un po' le parole di quei politici che il giorno dopo una sconfitta elettorale continuano a parlare del bicchiere mezzo pieno e a raccontare che in fondo si poteva fare decisamente peggio. No, a nostro avviso gli aggettivi con cui definire la stagione biancorossa sono due e chiari: anonima e deludente. SOLO UNA GIOIA. Anonima perché di picchi esaltanti da agosto a maggio se ne sono vissuti davvero pochi. L'unico sul campo è stato a dicembre del 2009, con le vittorie a Reggio Emilia e Lodi e quelle interne con Venezia, Brindisi e Rimini che avevano proiettato la squadra nel gruppetto di testa regalando l'illusione delle final four di Coppa di Lega, che qualcuno ha voluto vendere come un traguardo inutile ma che avrebbero rappresentato invece un motivo di orgoglio per la città e per i tifosi, e un grande stimolo per la squadra. L'altro picco esaltante è arrivato fuori dal campo con il contratto di Gregor Fucka, il colpo di mercato per eccellenza della Legadue 2009-2010, che ha sbattuto Pistoia sulle copertine del basket italiano. Un regalo straordinario della società allo staff e al pubblico, che sul parquet ha dato quello che tutti si aspettavano: sostanza sotto le plance, esperienza, canestri, minuti di altissima qualità. Ma ha dato anche qualcosa di più: attaccamento alla maglia, voglia di vincere, capacità di fare gruppo, partecipazione. Da uno con quel curriculum non era scontato. Ed ecco così il secondo aggettivo della stagione: deludente. OBIETTIVI FALLITI. Perché al di là delle dichiarazioni di inizio stagione e di quelle intermedie che non hanno mai saputo battezzare con un nome preciso l'obiettivo vero dell'annata se non passando da un estivo «campionato migliore di quello dell'anno scorso» a un più ambizioso dicembrino «campionato da protagonisti» trasformatosi poi in un ambiziosissimo «playoff da protagonisti», Pistoia i suoi obiettivi (dichiarati o sussurrati) non li ha raggiunti. Non solo non è riuscita ad arrivare in quinta posizione, regalando partite pesanti - l'ultima a Rimini - e perdendo il possibile vantaggio del fattore-campo almeno nel primo turno, ma non è riuscita neanche ad approfittare della crisi di Sassari, che sulla carta e fino alla prima domenica di playoff era forse l'avversario più abbordabile che potesse capitare. I guizzi d'orgoglio di gara-tre e di gara-quattro sono riusciti a ristabilire un rapporto con la tifoseria che ha dimostrato quanto la città sia ancora terra innamorata della pallacanestro e il PalaFermi sia potenzialmente un sesto uomo travolgente, ma di certo non possono addolcire la pillola della delusione. Né alla dirigenza, né allo staff, né ai tifosi. SENZA IDENTITÀ. Durante i playoff il fattore-PalaFermi ha funzionato nel terzo match come aveva funzionato quasi sempre in regular season (12 vittorie su 15), ma alla fine ha ceduto. Di fronte a che cosa? Alla forza di Sassari? Al suo essere squadra costruita per vincere? Agli errori di Pistoia? All'incapacità biancorossa di vincere quando il pallone diventa pesantissimo? Metteremmo la ics sulla terza e la quarta risposta. La serie delle quattro sfide contro il Banco è sembrato lo specchio in miniatura del campionato della Carmatic: squadra capace di andare avanti, poi farsi risucchiare, recuperare anche 17 punti in trasferta e poi sciogliersi di nuovo come neve al sole nel momento in cui c'era da dare l'asciata all'avversario tramortito (gara-uno, come a Udine, a Novara, a Rimini). Squadra capace di andare in campo e permettere all'avversario di realizzare 72 punti in tre tempi (gara-due, come a Brindisi, come nell'ultimo tempo di Pavia). Squadra capace di togliersi la maschera da zombie e mettersi quella da killer (gara-tre, come con Rimini, Reggio, Venezia). Squadra capace di giocare punto a punto con un avversario forte (anche se decisamente corto e con grossi problemi di roster e di amalgama) ma poi di cedere nel momento decisivo (gara-quattro, come nella maggiorparte delle trasferte del 2010, finite in ko ma quasi mai in tracollo). Qual era la vera identità di Pistoia? Resta un mistero, ma sicuramente non è stata un'identità vincente. MERCATO SBAGLIATO. Il timore - che non abbiamo mai smesso di scrivere - adesso è diventato una certezza: la squadra è nata male e certe lacune dovevano (compatibilmente col budget) essere risolte durante l'anno. Il primo errore è stato l'acquisto di Phillips, acquisto sfortunato ma anche concettualmente smentito dall'arrivo di Fucka e Ringstrom che hanno trasformato una squadra nata leggera (nella versione originale c'erano solo i "quattro" Toppo, Canavesi e Phillips) in una squadra dall'alto tonnellaggio (quattro lunghi e anche tre insieme in campo, anche se in realtà mai serviti con grande convinzione). L'altro errore - il più grave - è stato compiuto nel reparto piccoli: Skinn ha avuto un'importante e inattesa involuzione, ma fin da subito è stato chiaro che non era un play. E per quanto Berti nel tempo abbia acquisito fiducia e ce l'abbia sempre messa tutta, è stato anche qui chiaro da sempre che non poteva sostituire Skinn né permettere a Little Tony di spostarsi in posizione di guardia. È in cabina di regia che si doveva intervenire sul mercato, anche per dare a Slay - che ha retto la baracca per tutta la regular season - una vera spalla con cui dividersi responsabilità, fatiche, "attenzioni" delle difese avversarie. Sempre in ambito mercato ha lasciato perplessi l'apparizione (non certo a zero euro) di Hafnar per 4 giornate. Alla fine ci si è trovati con una squadra con quattro lunghi (nessuno in grado, o messo in grado, di dare garanzie vere, a parte Fucka), senza un play, che la maggiorparte delle partite le ha vinte grazie alle magie di Tamar Slay. POCHI SEMI. Da dove ripartire? Il primo passo sarà chiaramente quello dell'allenatore e sulla conferma o meno di Moretti la società deciderà nei prossimi giorni. Quel che è certo però è che a differenza dell'anno scorso non c'è uno zoccolo duro riconfermabile (ad agosto 2009 si ripartì da Toppo-Infanti-Casini scegliendo però di non ripartire da Rosselli). Il capitano, nonostante un'annata grigia, resta un uomo simbolo che tutti vorrebbero rivedere in biancorosso, ma per gli altri sembra difficile una riconferma. Certo, convincere Fucka sarebbe un colpo fantastico ma l'impresa non sarà facile, considerando la stagione di Gregor e anche l'attrazione fatale che potrebbe avere su di lui la Fortitudo. Sembra scontato la non conferma di Ringstrom, Canavesi e Berti, probabile quella di Infanti e Casini. In questo senso la raffica di addii conferma purtroppo la negatività della stagione, al di là dell'uscita dai playoff: l'impressione è che si sia coltivato poco anche in prospettiva. Guardare il roster e capire che non c'è un giocatore uscito valorizzato da quest'annata è tutt'uno. Per non parlare dei giovani: in 34 partite Petrucci, Tuci e Zita hanno totalizzato 9 minuti in tre.
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