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Niccolai, Feltri e gli autogol
Giacomo Carobbi
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Casiraghi e Niccolai, nelle vesti di selezionatori azzurriStrano paese, il nostro. Può accadere che sfuggano i nomi dei vari presidenti della Repubblica, ma chi non sa snocciolare tutta d'una fiato la formazione della squadra di calcio a cui è legato? Per non parlare della nazionale e dei suoi risultati
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Strano paese, il nostro. Può accadere che sfuggano i nomi dei vari presidenti della Repubblica, ma chi non sa snocciolare tutta d'una fiato la formazione della squadra di calcio a cui è legato? Per non parlare della nazionale e dei suoi risultati.
Ma accade anche che la politica prenda a prestito paragoni calcistici per pungolare l'avversario di turno: è di questi giorni la querelle tutta interna al centro-destra che vede protagonista Vittorio Feltri, accusato dal sito web della fondazione vicina al presidente della Camera Gianfranco Fini di tenere una condotta editoriale controproducente, tanto da definirla un autogol "alla Niccolai".
In fondo, se ci siamo inventati la zona Cesarini e discutiamo ancora sul dualismo Mazzola-Rivera, se tuttora l'impiego di Luis Silvio o i non-gol di Luther Blissett (un nome che ormai è un'icona pop) sono argomento di discussione, c'è poco da stupirsi se ancora si pensa a Comunardo Niccolai soltanto quando di mezzo ci sono le autoreti. Come se fosse l'unico.
E pensare che nella classifica delle reti al contrario, spiccano prima del pistoiese Comunardo i nomi tutt'altro che sconosciuti di Riccardo Ferri e Franco Baresi. Eppure nessuno ha ancora spodestato l'ex stopper di Cagliari tre volte azzurro da quella speciale Hall of Fame dell'immaginario popolare che ha regole tutte sue. Ma la poesia del calcio d'altri tempi risiede anche in queste storie, raccontate dalla gloriosa radiolina che insieme al "guancialino" formava l'equipaggiamento d'ordinanza per il tifoso autentico pre-satellite.
E lui, Niccolai, cosa ne pensa? Possibile che un difensore roccioso con all'attivo 232 presenze in serie A, uno scudetto e una medaglia d'argento mondiale debba esser ricordato solo per questo? Tanto per cominciare, a differenza di colleghi più giovani Niccolai ha sempre accolto di buon grado questa sorta di "marchio": «E' un'occasione come un'altra per ricordare anche quanto di buono ho fatto nella mia carriera e non solo gli autogol, che peraltro, devo ammettere, sono stati tutti molto spettacolari - racconta con un'autoironia da buon toscano -. Forse è uno dei motivi per cui la gente se li ricorda così bene. E poi c'è da dire che in alcuni casi hanno coinciso con momenti particolari». Ad esempio? «Quello di Catanzaro - ricorda Comunardo - in occasione della trecentesima partita di Lo Bello, per dirne una. In sala stampa erano presenti tutti i giornalisti più importanti e ci ricamarono un po' sopra. E poi quello con la Juve, nella partita scudetto del '70».
Quella partita finì 2-2, e il glorioso Cagliari di Riva, Domenghini, Albertosi (e Niccolai) si aggiudicò lo scudetto subendo solo 11 reti, segno che in difesa si lavorava bene. «Certamente, e tra l'altro è rimasto il record del campionato a 16 squadre. Nessuno ha mai fatto meglio di noi», sottolinea orgoglioso lui. Quella squadra era allenata da Manlio Scopigno, a cui fu attribuita la famosa frase "Tutto mi sarei aspettato dalla vita, ma non di vedere Niccolai in mondovisione!". Quanto c'è di vero? «Tutto vero, ed è stato uno dei complimenti più belli che abbia mai ricevuto - se la ride ora Niccolai -. Scopigno era uno che parlava poco, lo disse perché ci teneva davvero". Mondovisione significa Mondiale, infatti quel Cagliari andò a formare la spina dorsale della Nazionale di Valcareggi a Mexico '70. Fu convocato anche Niccolai, ma l'esordio con la Svezia fu sfortunato: «Ricordo che saltai di testa con Kindvall e nel ricadere subii una distorsione alla caviglia. Era il 37', mi sostituì Rosato e vidi tutto il mondiale da fuori».
Ma il mondo del calcio non ha negato la propria riconoscenza a Niccolai, dopo il campo c'è stata la panchina. «Come tecnico federale ho avuto molte soddisfazioni, negli anni ho lavorato con tutte le selezioni giovanili azzurre fino ad arrivare alla panchina della Nazionale A femminile». Insomma, autogol sì, ma con classe. Come quella che Niccolai dimostra di avere accettando senza scomporsi questo scomodo primato. Chissà se i politici faranno lo stesso...
Ma accade anche che la politica prenda a prestito paragoni calcistici per pungolare l'avversario di turno: è di questi giorni la querelle tutta interna al centro-destra che vede protagonista Vittorio Feltri, accusato dal sito web della fondazione vicina al presidente della Camera Gianfranco Fini di tenere una condotta editoriale controproducente, tanto da definirla un autogol "alla Niccolai".
In fondo, se ci siamo inventati la zona Cesarini e discutiamo ancora sul dualismo Mazzola-Rivera, se tuttora l'impiego di Luis Silvio o i non-gol di Luther Blissett (un nome che ormai è un'icona pop) sono argomento di discussione, c'è poco da stupirsi se ancora si pensa a Comunardo Niccolai soltanto quando di mezzo ci sono le autoreti. Come se fosse l'unico.
E pensare che nella classifica delle reti al contrario, spiccano prima del pistoiese Comunardo i nomi tutt'altro che sconosciuti di Riccardo Ferri e Franco Baresi. Eppure nessuno ha ancora spodestato l'ex stopper di Cagliari tre volte azzurro da quella speciale Hall of Fame dell'immaginario popolare che ha regole tutte sue. Ma la poesia del calcio d'altri tempi risiede anche in queste storie, raccontate dalla gloriosa radiolina che insieme al "guancialino" formava l'equipaggiamento d'ordinanza per il tifoso autentico pre-satellite.
E lui, Niccolai, cosa ne pensa? Possibile che un difensore roccioso con all'attivo 232 presenze in serie A, uno scudetto e una medaglia d'argento mondiale debba esser ricordato solo per questo? Tanto per cominciare, a differenza di colleghi più giovani Niccolai ha sempre accolto di buon grado questa sorta di "marchio": «E' un'occasione come un'altra per ricordare anche quanto di buono ho fatto nella mia carriera e non solo gli autogol, che peraltro, devo ammettere, sono stati tutti molto spettacolari - racconta con un'autoironia da buon toscano -. Forse è uno dei motivi per cui la gente se li ricorda così bene. E poi c'è da dire che in alcuni casi hanno coinciso con momenti particolari». Ad esempio? «Quello di Catanzaro - ricorda Comunardo - in occasione della trecentesima partita di Lo Bello, per dirne una. In sala stampa erano presenti tutti i giornalisti più importanti e ci ricamarono un po' sopra. E poi quello con la Juve, nella partita scudetto del '70».
Quella partita finì 2-2, e il glorioso Cagliari di Riva, Domenghini, Albertosi (e Niccolai) si aggiudicò lo scudetto subendo solo 11 reti, segno che in difesa si lavorava bene. «Certamente, e tra l'altro è rimasto il record del campionato a 16 squadre. Nessuno ha mai fatto meglio di noi», sottolinea orgoglioso lui. Quella squadra era allenata da Manlio Scopigno, a cui fu attribuita la famosa frase "Tutto mi sarei aspettato dalla vita, ma non di vedere Niccolai in mondovisione!". Quanto c'è di vero? «Tutto vero, ed è stato uno dei complimenti più belli che abbia mai ricevuto - se la ride ora Niccolai -. Scopigno era uno che parlava poco, lo disse perché ci teneva davvero". Mondovisione significa Mondiale, infatti quel Cagliari andò a formare la spina dorsale della Nazionale di Valcareggi a Mexico '70. Fu convocato anche Niccolai, ma l'esordio con la Svezia fu sfortunato: «Ricordo che saltai di testa con Kindvall e nel ricadere subii una distorsione alla caviglia. Era il 37', mi sostituì Rosato e vidi tutto il mondiale da fuori».
Ma il mondo del calcio non ha negato la propria riconoscenza a Niccolai, dopo il campo c'è stata la panchina. «Come tecnico federale ho avuto molte soddisfazioni, negli anni ho lavorato con tutte le selezioni giovanili azzurre fino ad arrivare alla panchina della Nazionale A femminile». Insomma, autogol sì, ma con classe. Come quella che Niccolai dimostra di avere accettando senza scomporsi questo scomodo primato. Chissà se i politici faranno lo stesso...
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