Luciano Bozzi, dall’Istituto radiologico ai successi con la Pistoiese: «Calcio e affari? Serve coraggio ma senza oculatezza perdi tutto»
Il self made man, capace di realizzare grandi business in vari settori, festeggia 80 anni: «Devo tanto a mio cognato e mia sorella, da solo non ce l’avrei certamente fatta»
PISTOIA. Luciano Bozzi ha festeggiato da pochi giorni insieme ai suoi cari il numero ottanta sulle candeline, essendo nato l’8 ottobre 1946. Otto decenni portati alla grandissima, con un presente imprenditoriale di successo e anche qualche progetto nuovo. Salì alla ribalta delle cronache cittadine nel 1998 quando, a sorpresa, rilevò l’Ac Pistoiese da Roberto Maltinti. Subentrò nella trattativa al re delle scommesse Maurizio Ughi che, diversamente da lui, si era spaventato per i debiti del club. Fu Andrea Bonechi, uomo di fiducia di Maltinti, a dargli il via libera. Fu purtroppo percepito come un ripiego, invece sorprese tutti. Portò la squadra dalla C alla B, conservando la cadetteria per tre stagioni.
Bozzi è un self made man capace di realizzare grandi business in vari settori, in particolare: farmaceutica, radiodiagnostica e ricettività. Nel calcio aveva portato lungimiranza e pragmatismo, virtù spesso assenti in quel mondo. In questa intervista il capitolo Pistoiese rappresenta solo una parte, nemmeno troppo significativa rispetto all’affascinante racconto della sua vita di imprenditore coraggioso e leale. Sceglie di riceverci in uno spazio molto intimo all’interno della splendida Villa Cappugi, un complesso di assoluta eccellenza che va dalla struttura monumentale all’hotel, dalla piscina ai campi da tennis, dal ristorante al nuovissimo residence.
Quando è iniziato il suo percorso nel mondo degli affari?
«Nel 1969 nel settore farmaceutico. In precedenza, solo lavoretti e l’experience in un bar che avevano aperto i miei genitori. Contro il loro parere formai una società con il figlio di un medico e divenni rappresentante di farmaci. Dopo gli inizi impegnativi mi consolidai come informatore scientifico. Nel 1971 sposai una pistoiese che, lavorando in Comune, non poteva spostarsi e quindi mi trasferii da Empoli a Pistoia. Restai in società fino al 1977, poi rimasi da solo. L’attività si sviluppava tra Pistoia, Prato e Firenze. Divenni così imprenditore di me stesso. Avevo un deposito e una rete di collaboratori nelle varie province toscane. L’azienda si chiama Vetofarma (da Veronica e Tommaso, i suoi figli, ndr) ed esiste tuttora. Da lì è iniziata la mia crescita imprenditoriale».
Come le venne in mente di passare dalla farmaceutica alla diagnostica?
«Essendo nel giro dei medici di famiglia, avevo già intrapreso una nuova strada creando un laboratorio di odontoiatria. I medici di campagna spesso erano anche dentisti. Per quella attività, un giorno, recandomi in via Signorelli al centro di odontoiatria del dottor Francesco Perrini, notai al piano terra uno studio di radiologia. Chiesi se fosse in vendita: Perrini mi disse di sì e che avrebbe ceduto il 50% ma immediatamente. Accettai».
Fu un atto di coraggio?
«Per gli investimenti necessari lo fu. La struttura era obsoleta. Proposi di introdurre una risonanza magnetica trovando un sostegno da un gruppo di soci. Comprammo la centesima Rm d’Italia che installammo ottenendo il necessario decreto ministeriale. Costò un miliardo e mezzo di vecchie lire. Una cifra così importante da subire un accertamento della Guardia di finanza. Le Fiamme gialle nulla rilevarono. Non c’erano risonanze a Pistoia, Prato, Lucca e Livorno. Facemmo gli esami a utenti di tutte queste province».
Ci furono intoppi?
«Nessuno. Tre anni dopo, essendo io stesso claustrofobico, volli far sostituire il macchinario con una risonanza aperta. Comprammo il quarto modello d'Italia. Fu un successo strabiliante, venivano da ogni dove. Ci trasferimmo in via Vico, comprando un ex capannone tessile in due tranche. Lì ebbi un’altra intuizione, ovvero installare la Petche a tutt’oggi è l’unica convenzionata in Toscana».
Dove ha trovato il coraggio di avventurarsi in investimenti così importanti?
«Dalle banche ho sempre ottenuto i finanziamenti perché sono sempre stato affidabile nel restituire il denaro ricevuto. Ho avuto buone intuizioni e devo tanto a mio cognato e mia sorella che mi hanno sempre controllato i conti. Una volta cresciuti, se ne sono occupati i miei figli. Da solo non ce l’avrei certamente fatta».
I suoi figli la stanno tuttora supportando nelle sue varie attività?
«Veronica e Tommaso sono entrambi laureati in Economia e Commercio. Veronica non gradiva diventare una commercialista, avendo una testa da imprenditrice. Si è formata all’istituto radiologico e adesso si occupa dell’albergo. Tommaso ha seguito la mia strada di informatore scientifico e ha preso la guida di Vetofarma. Sono orgoglioso di entrambi».
Com’è nato il “regno” di Collegigliato?
«Nel 1985 con due amici comprammo Villa Cappugi, che era composta dalla residenza padronale, l’annessa colonica e i campi circostanti che si estendono per 2,7 ettari. In quel periodo chiusero “Le stanze” e pensammo di far nascere al loro posto il club “Villa Cappugi”. Successivamente, mentre ristrutturavamo la villa, gli altri soci non credettero più nella bontà dell’investimento. Proseguii da solo. I conti all’epoca non reggevano la situazione. Il club venne meno insieme a un progetto del tennis con un maestro di fama. In ogni caso non mi persi d’animo».
La Pistoiese come entrò nella sua vita?
«Proprio in quello stesso periodo, era il 1997, acquistai la maggioranza del pacchetto azionario insieme all’ex giocatore Rocco Cotroneo e a suo zio, Antonio Tallarida. Nel primo anno ci salvammo all’ultimo tuffo e quindi volevo dare una svolta. Dissi a Rocco: conosco Silvano Bini che è libero e vorrei andarci a parlare. Lui rispose: "O lui o io". E così finì il rapporto. Restai per 30 giorni senza la risposta di Bini. Ogni sera andavo a Larciano per convincerlo. Mi disse di sì dopo un mese. Era la sterzata che serviva: la squadra fu promossa in Serie B, restandoci per tre stagioni. Per quella fase voglio ringraziare di cuore il main sponsor Vannino Vannucci e i soci di minoranza Rodolfo Banchi e Marcello Pisaneschi, che rimasero al mio fianco».
Come ha fatto a restare indenne o quasi dopo un'esperienza così performante?
«Per i conti in ordine e la vendita di tanti giocatori. In quei sei anni ho capito quanto nel calcio sarebbe facile buttare via i soldi se non si ha oculatezza».
Le hanno pesato le contestazioni?
«Non le considero un capitolo da prendere in seria considerazione».
Perché nacque l’hotel adiacente la villa?
«Nel 2004 Pistoia doveva rientrare nei parametri statistico-turistici regionali delle località a prevalente economia turistica e città d'arte. Serviva più ricettività. Da tempo avevo sottomesso le domande per costruire l’albergo. Fui chiamato dal Comune che mi informò sulla possibilità di creare nuove strutture alberghiere, chiedendomi se fossi ancora interessato. Oltre a costruire l’hotel decisi di trasformare i campi da tennis».
La sua costante disponibilità verso i nuovi investimenti da che cosa è dovuta?
«Premesso che ho sempre cercato di fare il passo lungo quanto la gamba, la disponibilità economica non mi è mai venuta meno. Vetofarma è stata per me la “mucca” che dava tanto latte. Una base economica è sempre necessaria per investire».
E la farina dolce com’è entrata nella sua vita?
«Una volta, soggiornando all’Orsigna, vidi un casotto e chiesi cosa fosse. Mi spiegarono che era un metato dismesso in cui si essiccavano le castagne. Convinsi i proprietari a vendermelo, trovai delle persone per ripulire un castagneto e così potemmo fare la prima essiccatura di castagne. La pulizia e il recupero dei castagneti, ripresi anche da altre realtà della montagna, mi inorgogliscono. E dopo dieci anni la Farina Dolce di Castagne del Molino di Case Colonna è un'eccellenza biologica. La vendiamo a quintali nella grande distribuzione. All'interno della mia proprietà ho realizzato un nuovo mulino elettrico con macina a pietra. A questo si aggiunge il recente acquisto di una macchina per la pulizia delle castagne: una novità tecnologica che permetterà di dimezzare i tempi di lavorazione e incrementare la produttività, riducendo al minimo gli scarti rispetto al processo manuale».
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