Sicurezza
Omicidio Cini ad Agliana, Maiorino resta in carcere: «C’era il rischio che uccidesse anche la cognata»
Fermo convalidato e custodia dietro le sbarre per il 58enne accusato di aver assassinato il cognato
AGLIANA. Avrebbe manifestato il proposito di uccidere anche la cognata Daniele Maiorino, il 58enne artigiano in carcere da giovedì 19 gennaio con l’accusa di aver assassinato l’8 gennaio scorso ad Agliana il cognato Alessio Cini, colpendolo alla testa con una spranga e dandogli fuoco quando era ancora in vita. Questo uno dei motivi per i quali, paventando il rischio della reiterazione del reato, la procura ha chiesto per lui la custodia cautelare in carcere. Misura disposta nel pomeriggio di lunedì 22 gennaio dal giudice delle indagini preliminari, dopo aver convalidato il fermo di polizia giudiziaria eseguito dai carabinieri su disposizione dal pm Leonardo De Gaudio cinque giorni fa.
Secondo la procura, anche escludendo l’eventuale premeditazione, dopo la morte del cognato l’obiettivo di Maiorino sarebbe stato quello di “impossessarsi” indirettamente dell’eredità, attraverso l’affidamento della figlia 14enne della vittima. Eventualità, nella sua mente molto concreta, che avrebbe risolto tutti i suoi problemi economici. Ma quando, l’11 gennaio, era venuto a sapere che l’ex moglie della vittima (sorella della propria) si era mossa per ottenere – spiega il pm – la pensione di Cini – è stato intercettato mentre manifesta l’intendimento di chiunque possa ostacolare i suoi propositi, compresa lei, Katiuscia Carrone: «maremma ladra la devo ammazzare quella p...».
Fatto sta che il gip Patrizia Martucci ha ritenuto che il pericolo di reiterazione fosse da considerare non come una semplice possibilità bensì come un forte probabilità.
Come detto, quella di ieri mattina in tribunale era l’udienza di convalida del fermo disposto dal pm per pericolo di fuga dell’indagato. Una rilevante probabilità secondo il pm basata sulle registrazioni delle intercettazioni ambientali effettuate attraverso la microspia piazzata dai carabinieri del nucleo operativo dell’auto di Maiorino. In cui si sente l’artigiano parlare di passaporto e di impossibilità di lasciare il Paese. Registrazioni però in cui, nel corso di monologhi, di conversazioni tra se e se, il sospettato ripercorre ciò che è successo, in una sorta – ritengono gli inquirenti – di confessione: “L’ho ammazzato, proprio ua fine di m...”; “Il sangue che veniva fuori, ho commesso un omicidio”; “L’ho preso a calci, gli ho rotto lo sterno, il costato, l’ho troncato...”; Mi ha detto delle cose che mi ha fatto incazzare”; “Ho perso il capo... gli ho dato foco”.
Registrazioni non così chiare secondo l’avvocato Katia Dottore Giachino che, ieri mattina, affiancata dalla collega Fulvia Lippi, ha assistito Maiorino durante l’udienza di convalida, come già aveva fatto durante il lungo interrogatorio di giovedì scorso al comando dei carabinieri di viale Italia. Per tale motivo uno dei primi passi sarà quello di predisporre una perizia di parte sulle registrazioni: «Durante l’interrogatorio del 18 si sentiva bene ad esempio la parola “ucciso” ma non si capiva il soggetto: “l’ho” o “l’hanno” – spiega l’avvocato – L’eventuale processo sarà un processo che si svilupperà tutto attraverso le perizie».
Frasi contestate, nel corso dell’interrogatorio da parte del pm di giovedì scorso, dallo stesso Maiorino. Che, in un primo momento, ha escluso di aver mai pronunciato quella sorta di confessione a se stesso, per poi, una volta ascoltate alcune delle registrazioni incriminanti, negare che quella fosse la sua voce, arrivando a sostenere di essere vittima di un complotto e che quelle frasi potevano essere benissimo state create attraverso «l’intelligenza artificiale... da qualcuno che mi vuole incastrare».
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