Il Tirreno

Pistoia

In tribunale

Sotto accusa per la morte del figlio di 20 anni: rito abbreviato per il padre satanista

di Lorenzo Carducci
Una cerimonia satanista
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Una cerimonia satanista

L’uomo, cinquantenne pistoiese, è imputato di istigazione al suicidio del ragazzo che si tolse la vita impiccandosi nella soffitta della sua casa il primo gennaio 2018

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PISTOIA. Sarà valutata in rito abbreviato la posizione dell’uomo di 50 anni imputato del reato di istigazione al suicidio del figlio che il primo gennaio del 2018 si tolse la vita impiccandosi nella soffitta di casa a soli 20 anni, scrivendo nero su bianco di essere convinto che il padre fosse satana, e che lui, suo “primogenito serafino”, si dovesse sacrificare in suo nome per diventare immortale.

Ieri il giudice dell’udienza preliminare presso il tribunale di Pistoia Luca Gaspari ha accolto la richiesta della difesa (avvocato Filippo Lavorini) di accedere appunto al giudizio abbreviato, che in caso di condanna prevede lo sconto di un terzo della pena e la riduzione di un ulteriore sesto condizionata alla mancata impugnazione.

La tipologia di rito speciale - che sarà discusso ad aprile - impone al gup di decidere sulla base di quanto raccolto dall’apertura delle indagini e inserito nel fascicolo del pubblico ministero Giuseppe Grieco.

Un procedimento, quello originato dal drammatico gesto del ventenne risalente a sei anni fa, che ha avuto uno sviluppo particolare: al termine delle lunghe indagini portate avanti dai carabinieri di Quarrata, il pm, pur condividendo la ricostruzione fatta dagli investigatori, aveva presentato al giudice per le indagini preliminari del tribunale una richiesta di archiviazione del caso, ritenendo che non ci fossero prove sufficienti per sostenere la tesi accusatoria in un eventuale processo e per arrivare a una condanna.

Valutata però la relazione conclusiva sul caso dei militari dell’Arma, il gip ha respinto la richiesta del pubblico ministero, invitandolo a formulare il capo d’imputazione e a depositare la richiesta di rinvio a giudizio per il reato di induzione al suicidio. Decisiva la valutazione che il 50enne (che in quel periodo si trovava in carcere) fosse a conoscenza delle intenzioni suicide del figlio e che abbia contribuito a consolidarle o addirittura a originarle. Le indagini avrebbero accertato – attraverso delle intercettazioni ambientali – come fosse ben noto, nell’ambito familiare, come l’uomo, che si proclamava “satanista spirituale”, celebrasse i suoi rituali nella soffitta di casa e come avesse avviato a tale culto il figlio e come quest’ultimo fosse assoggettato al volere del padre, che era arrivato a identificare con satana stesso. Fu infatti in quella stessa soffitta che i vigili del fuoco trovarono il corpo senza vita del giovane, il primo gennaio 2018 che secondo il calendario satanico è dedicato al demone Ose, “Grande presidente dell’inferno”. Il ragazzo s’impiccò con una corda legata a due barre di metallo piantate nel muro della soffitta. Invano i pompieri avevano ripetutamente suonato il campanello. Come inutili furono i soccorsi da parte del 118: il decesso risaliva a diverse ore prima. Intervenuti sul posto, i carabinieri si erano trovati di fronte allo scritto lasciato dal ragazzo e al materiale satanista che era nella soffitta.

Da subito le indagini misero in relazione la morte e i riti satanici. Del resto nello scritto si leggeva: «Mio padre è satana, mi ha dato il dono dell’immortalità. Quando mio padre mi disse se ero con lui, io risposi di sì. Gli chiesi perché morirò. Il perché è logico, mi devo sacrificare per lui. È colui che mi ha creato». Secondo l’accusa, dunque, il tragico gesto sarebbe stato una diretta conseguenza dell’opera di “proselitismo familiare” attraverso la quale il padre aveva avviato il figlio maggiore (così come quello minore) alle pratiche sataniste. Ieri l’ex moglie dell’imputato, madre del ragazzo morto e dell'altro figlio minore, si è costituita parte civile rappresentata dall’avvocato Francesca Barontini, col pm che nel frattempo ha prodotto un verbale di sommarie informazioni testimoniali rese dalla donna. L’altro figlio resta invece unicamente persona offesa.

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