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Acquedotto del tempo di Erode: lo scopre a Gaza una ricercatrice pistoiese
Protagonista dell’impresa la pistoiese Cecilia Luschi dell’Università di Firenze. La missione che ha diretto ha ricevuto l’avvallo del ministero degli esteri
PISTOIA. Una porta tra due mondi differenti, un incrocio di civiltà, tra loro così diverse eppure tutte basate su alcuni minimi comuni denominatori. Tra questi l’acqua ed il suo utilizzo sono una parte fondamentale. Continuano importanti rinvenimenti in Terra Santa: nel corso di una missione scientifica che ha ricevuto l’avvallo del ministero degli esteri, sono stati trovati nuovi reperti che potrebbero rivelare importanti novità circa la storia che fu in quella parte di mondo. Tra coloro che hanno prestato servizio presso il sito di Ashkelon c’è Cecilia Luschi, direttore della ricerca.
Pistoiese di adozione, Cecilia ha frequentato il Liceo classico Niccolò Forteguerri e adesso è ricercatrice presso l’Università di Firenze presso la facoltà di Architettura. Nello scorso mese di settembre è stata proprio ad Ashkelon e, al suo ritorno, ha fatto il punto di quanto è stato scoperto laggiù: «Il sito si trova in una posizione particolare – ha spiegato la ricercatrice – siamo in un lembo di terra conteso da secoli, dal quale sono passati popoli differenti, spesso in conflitto tra loro». Da anni sono stati effettuati studi su quello specifico sito, fino a quando il ministero degli esteri non ha deciso di offrire il proprio supporto economico, favorendo la nascita di quella che è, a tutti gli effetti, una missione italiana in Israele. «La nostra è una flotta di diplomazia culturale che opera lì» ha spiegato la ricercatrice. Ma cosa è stato scoperto, nello specifico? «Abbiamo portato alla luce una struttura utilizzata per il conferimento dell’acqua pubblica risalente all’epoca classica romana – ha spiegato Cecilia – una scoperta molto importante. Sono state ritrovate anche monete romane nello scavo, cosa che permette una datazione ancora più certa e sicura». La missione ha avuto inizio lo scorso 5 settembre e si è conclusa il 21: oltre due settimane non solo per investigare un terreno sempre portatore di sorprese, ma anche per implementare, passo dopo passo, quel necessario processo di diplomazia culturale che non sta solamente nell’intessere relazioni con realtà straniere, quanto con l’esportare oltre confine un modello di ricerca ben preciso: quello italiano. «Al di là di ciò che è stato scoperto – ha commentato Luschi – una ulteriore soddisfazione è quella di vedere ricercatrici e ricercatori imparare da nostri insegnamenti». E, al netto di questo, si può andare oltre; rinvenire un sistema di distribuzione di acqua in una terra oggi come ieri tanto problematica e contesa, una infrastruttura costruita da un popolo che, al tempo, prevaleva su altri popoli, fa comprendere come, grazie a quella medesima acqua, sia stato possibile dissetare un numero inimmaginabile di persone, a prescindere dalle loro diversità. «La storia è fatta di guerre e scontri – ha spiegato Luschi – eppure è riuscita a lasciare una traccia unitaria. Tutti avevano bisogno dell’acqua al tempo, un tempo in cui i nemici di oggi vivevano in una condizione di amicizia. È questo che l’architettura ti dice». Insomma: un compito importante portato avanti in una terra difficile, come la stessa Luschi sa bene: «Nel 2018, mentre eravamo in missione, ci fu un bombardamento. Fu immediata l’evacuazione, il pericolo cessò in fretta. È da sottolineare quanti e quali ponti possono essere creati dalla cultura, anche in un contesto oltremodo difficile come questo».
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