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Lo sfogo di una madre: «Scuola chiusa per Covid. Io costretta a licenziarmi per accudire mia figlia»

Elisa Magherini
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Elisa Magherini

45 anni, ha lasciato il lavoro nel 2020: «Non avevo parenti a cui affidare la bambina, l’azienda si è rifiutata di venirmi incontro»

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PESCIA. La scuola materna chiusa, sorella e mamma in casa per Covid e il datore di lavoro che ritiene di non poter andare incontro alle sue esigenze: «Con il lavoro al mattino, avrei potuto organizzarmi insieme a mio marito. Con i turni mattina e pomeriggio non potevo farlo. Ho preso un mese di aspettativa, poi ho deciso di licenziarmi».

Una ferita che, per lei, all’epoca 43enne e da sempre economicamente indipendente, non si è ancora rimarginata: «A livello mentale è stato devastante. Ero abituata a contare solo su me stessa».

La sua fortuna: «Un marito intelligente – commenta Elisa Magherini, di Pescia – una bella famiglia, una casa di proprietà (anche se con un mutuo da pagare) . In dad vedo bimbetti dell’età di mia figlia, che ora ha sette anni, lasciati da soli a casa perché le mamme – single o divorziate – devono andare a lavorare».

Elisa, che ha 45 anni, nel 2020 ha deciso di licenziarsi dall’impresa che si occupa di pulizie per l’ospedale Cosma e Damiano di Pescia.

«Avevano un part time di 24 ore settimanali – 4 ore al giorno dal lunedì al sabato – Poco prima della pandemia è cambiata la gestione dell’azienda. La nuova gestione ha avuto un approccio meno conciliante con le esigenze delle lavoratrici. Poi è iniziato il periodo Covid. Mia madre e mia sorella si sono ammalate. Con i turni mattina e pomeriggio non riuscivo più a gestire la situazione, anche perché la scuola materna era chiusa. Non riuscivo più a lasciare mia figlia a qualcuno. Ho chiesto ferie, poi un mese di aspettativa. Ma non sei retribuita, non ti pagano i contributi... Mia sorella e mia mamma ci hanno messo alcuni mesi per negativizzarsi e a un certo punto ho dovuto affrontare la situazione con mio marito: «Emiliano, mi licenzio». Anche perché non era pensabile di far venire una baby sitter a casa: per i costi e per l’eventualità che portasse il virus in casa».

Elisa si è rivolta al sindacato: «In periodo pandemico le aziende non potevano licenziare, però raggiungemmo un accordo: mi licenziavo, ma mi impegnavo a non fare, in seguito, alcuna rivalsa nei confronti del datore di lavoro. E in questo modo avevo diritto a due anni di Naspi».

Nel frattempo la bimba ha iniziato le elementari, e la famiglia si trova a gestire frequenti periodi di didattica a distanza: «Non è pensabile cercare un altro lavoro ora. Ma mentalmente per me è durissima. Io sono abituata a essere indipendente. E mi è anche dispiaciuto, all’ospedale di Pescia ho lavorato per 16 anni».


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