Gioco
«Ormai siamo stremati ma io voglio fare il medico Basta con la burocrazia»
Valentina Vettori
Pistoia. - Da quasi due anni, a causa della pandemia, sono subissati da un carico di lavoro che per tanti è ormai insostenibile. Non solo perché, per molti assistiti, il medico di base è l’unico punto di riferimento, anche per quanto riguarda l’orientarsi nei meandri delle norme legate al covid. Ma anche perché, ormai, gli adempimenti burocratici della sanità hanno superato di gran lunga le attività ambulatoriali.
E così, per la maggior parte del tempo, i medici di base sono impegnati a firmare scartoffie anziché portare avanti visite ed effettuare diagnosi. La denuncia arriva da un gruppo di medici di medicina generale e della cosiddetta continuità assistenziale (ovvero l’ex guardia medica) che nelle provincie di Pistoia, Prato e Firenze si sono riuniti in una sorta di collettivo sotto il simbolo di una coccarda gialla, che hanno attaccato sulle porte dei loro ambulatori. Il loro motto è «aiutateci a farci fare il medico, aiutateci ad aiutarvi», e da qualche giorno rimbalza anche sui social.
A coordinare il collettivo in provincia ci sono tre medici, Sabrina Sergio Gori sul territorio della piana, Lara Romagnani per Pistoia e Stefano Tafi in Valdinievole. L’obiettivo - si legge nel “manifesto” del collettivo - «è che la politica riorganizzi un sistema di sanità territoriale che rimetta al centro l’assistenza al cittadino. E non la necessità di colmare i vuoti organizzativi del sistema, che hanno finito per minare la capacità dei medici di assistere adeguatamente i pazienti».
Qualche esempio? A spiegare la propria giornata tipo è la dottoressa Sabrina Sergio Gori, che svolge attività ambulatoriale all’interno della Casa della Salute di Quarrata. «Siamo stremati – dice – Con l’avvento del covid, ormai da quasi due anni, siamo stati lasciati soli a farci carico di diverse attività che non ci competono nemmeno. L’ultima in ordine di tempo è la firma dei certificati di quarantena per decine di pazienti, che però non dovremmo neppure fare noi».
E poi ci sono i vaccini contro il covid da garantire per i mutuati, le telefonate continue a cui rispondere, le normali visite in ambulatorio e quelle a domicilio, e centinaia di scartoffie da riempire. «Il lunedì – prosegue la dottoressa – è il peggior giorno in assoluto. Di solito chiudo la giornata con 25 pazienti tra visite e ricette da firmare. Sono arrivata a contarne 38, rispondendo anche a 50 telefonate. Il rischio è di non rimanere lucidi e di non poter svolgere con l’attenzione necessaria visite e diagnosi. Ricade tutto sulle nostre spalle, ma io voglio fare il medico, non la burocrate».
Secondo la dottoressa, se la politica non interviene velocemente per riorganizzare la medicina territoriale, il rischio è il collasso del sistema. «Da anni – conclude – mancano gli investimenti e la programmazione nel formare le nuove generazioni di medici di base per sostituire quelli che andranno in pensione. Presto arriveremo a un punto in cui mancheranno i medici e a quel punto sarà davvero un enorme problema».
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