Il Tirreno

Pistoia

il festival dell’antropologia contemporanea 

L’affetto dei pistoiesi per Claudio Magris Allo scrittore il premio “Dialoghi”

Elisa Pacini
L’affetto dei pistoiesi per Claudio Magris Allo scrittore il premio “Dialoghi”

L’autore triestino: «Non riesco a capire il bisogno di parlare di sé sui social, né la smania di scrivere a tutti i costi»

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Elisa Pacini

pistoia. Sarà che non era la sua prima volta qui, ma la terza partecipazione a “Dialoghi sull’uomo” del professor Claudio Magris è stata la più intima. La più vissuta e partecipata e non solo perché allo scrittore ottantaduenne, “un torinese di Trieste” si compiace di una definizione datagli da un amico collega, è stato conferito il premio “Dialoghi sull’uomo” giunto alla quarta edizione.

Parlando di uomini, dialoghi e cammini, temi trasversali al festival dell’antropologia pistoiese ma anche ai suoi libri, il professor Magris si è lasciato andare ad aneddoti e racconti della sua intensa vita che passa- sorpresa- anche da Pistoia. Dove il padre, per varie vicissitudini, frequentò il Liceo Forteguerri. Ed è qui, nelle parole da vero testimone dei nostri tempi, che Magris ha rapito la platea in uno degli eventi principali della seconda giornata del festival che si chiude oggi. Una chiusura col botto, già quasi tutta esaurita. Magris, che si è lasciato stuzzicare da Paolo Di Paolo (pluripremiato scrittore in ascesa della scena letteraria italiana), si è detto grato e sorpreso del conferimento del premio andato negli anni a tanti "testimonial" dell'importanza del dialogo nelle relazioni umane ed interculturali. «La sarabanda di cose che ci piovono addosso – dice Magris – spesso ci dà l’impressione di fare qualcos’altro rispetto a quello che vogliamo fare. In una vita che ci incalza, se qualcuno si accorge di noi è sempre bello».

Parole con cui Magris, uomo cosmopolita che parla il tedesco come l’italiano, esprime da grande pensatore qual è, una condizione in verità comune ai nostri tempi. Tempi sfuggenti, in cui nemmeno isolamento e limitazioni imposte dalla pandemia, sono riusciti a rallentare i ritmi di vite fagocitate dalle tante storture economiche e sociali che fanno interrogare sul ruolo dell’uomo, come da traccia della chiacchierata con Di Paolo. «In questa società sono a disagio per la mia lontananza dal mondo digitale – confessa Magris – non riesco a capire come si possa raccontare al mondo cosa si è mangiato, ma nemmeno la smania di scrivere da parte di tutti. E lo dico cercando di rispondere a tutti gli autori degli 80 libri che ricevo al giorno».

La possibilità di fare una cosa, continua Magris, supera oggi la riflessione sul diritto morale di farla. Ma è nel campo del lavoro, che il naturale cammino dell’uomo per migliorare la propria esistenza è sempre più difficile. «Il capitalista – continua – come direbbe Marx della persona proprietaria del proprio mezzo di produzione, è oggi chi guida il suo motorino per portarci la pizza, guadagnando un euro. Per uno così è più difficile lottare per migliorare la sua condizione, rispetto a 20 mila operai che si presentano davanti ai cancelli della Fiat». Il riferimento all’adottiva Torino non è casuale. Come la natia Trieste, col suo mare blu che il professore adora, anche Torino è stata fondamentale nella sua vita. «A 18 anni basta una buona pizza e buoni amici, a 28 c’è bisogno di altro» spiega con una battuta il suo trasferimento nella città in cui ha osservato da vicino i movimenti universitari e la grande emigrazione dal sud.

Sui migranti, i viaggiatori di oggi che però spaventano, dice: «Le difficoltà oggettive che può avere l’organizzazione dell'accoglienza, non deve spingere alla condizione aprioristica della paura. Tra i diritti di cui gode un uomo, c'è la vita che vuol dire non prendere una pallottola ma anche cercare di mettere un pezzo di pane in bocca».

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