Il Tirreno

Pistoia

«Alle armi per uno Stato che non esisteva più»

Gian Ugo Berti
«Alle armi per uno Stato che non esisteva più»

L’8 settembre del ’43 nel racconto di un pistoiese costretto ad arruolarsi 

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la storia

“Tu sei della classe 1923. Perché non ti sei ancora presentato in caserma?». La voce del carabiniere sulla piazza di Pistoia era cordiale, ma indagatrice. Pronta e apparentemente decisa fu comunque la risposta del ragazzo: «Vengo domani». E di rimando, amichevolmente, come se fosse una prassi normale, «Va bene, ti aspettiamo». Per Bruno Breschi, quella mattina di settembre 1943, il destino aveva deciso che la sua vita sarebbe cambiata.

Era stato costretto a lasciare in tutta fretta il posto di lavoro all’Accademia navale di Livorno, dove lavorava come impiegato, dopo la notizia dell’armistizio data dal generale Pietro Badoglio agli italiani, l’8 settembre. «Ognuno per sé e Dio per tutti», aveva detto il comandante allargando le braccia, privo anche lui di ogni direttiva. Per fortuna, Bruno Breschi possedeva una bicicletta. Impiegò ventiquattro ore, riuscendo a trovare alla stazione di Pisa un treno stracolmo di gente che cercava di tornare a casa. Era ormai notte fonda quando suonò, stanco e spossato, al campanello in via delle Pappe a due passi dall’ospedale del Ceppo. La luce di cucina era ancora accesa. Il giovane non se ne meravigliò. Anche lo zio Aladino, il babbo e la mamma erano in pensiero per lui. Avevano sentito l’annuncio. Come in ogni famiglia, nessuno dormiva. Si aspettavano notizie, si discuteva il da farsi, si cercavano risposte a tante domande.

Ma gli eventi si concretizzarono di lì a poco. La liberazione di Mussolini fece scattare, nelle autorità, la molla dell’orgoglio, la volontà di non lasciarsi sfuggire di mano la situazione. L’immediata risposta, infatti, fu la chiamata alle armi per le classi 1923-24-25. E lì davvero, essendone coinvolto, cominciò la crisi di Bruno. «Mi chiedevo in sostanza – spiega – se fosse legale o no, aderire alla chiamata di uno Stato che non esisteva più. Mi risultava doloroso pensare di trasgredire, imbottito com’ero di principi basati sul rispetto di leggi ed istituzioni, una cultura, me ne rendo ora conto, comunque decisamente unidirezionale. Potei scambiare opinioni con i cugini. Qualcuno di loro scelse la via della montagna verso a Candeglia, Montelepri, Pracchia. A me restavano riflessioni e dubbi che palpavo, giorno dopo giorno, in famiglia. Babbo era sconvolto proprio per la particolare incertezza del mio futuro. La paura degli arresti per i renitenti faceva soffrire mamma. Lo zio non ammetteva invece discordanze: «Lo Stato è sempre lo Stato. Obbedisci».

Lo confesso. Ero impaurito, vedendo in piazza Spirito Santo soldati che scappavano, ma che venivano in breve catturati e portati in caserma. Nessuno poteva dirmi cosa fosse giusto o meno. Il mondo degli adulti, con cui mi stavo confrontando, si era d’un tratto disgregato. Vivevo assolutamente senza alcuna guida. Giorni tremendi, in una comunità, quella pistoiese, come tante in quei frangenti. Poi i bombardamenti del 24 ottobre, lo sfollamento dalla città e il rifugio nella casa di Montevettolini. Altri problemi, altri angosce, altre attese».

Poi il casuale incontro con i carabinieri e tutto cambiò. Non sapeva niente di politica, non sapeva niente del fascismo, eppure trascorreranno altri due anni, prima di poter riprendersi la propria libertà e la propria vita.

«In pratica senza rendermene conto avevo fatto la mia scelta. Mi sentivo però in un attimo come uscito da un incubo. Non pensavo al domani. Ero entrato in sintonia con me stesso e questo mi rasserenò subito. Se dunque avevo risposto così, qualcosa di ben radicato viveva in me. Lo comunicai a casa. Nessuno replicò. E questo accrebbe la mia sicurezza. Del resto era quanto cercavo ed ancor più, oggi, sono grato alla mia famiglia di non avermi ostacolato».

Bruno fu inviato a Siena, presso il Vº Reggimento Bersaglieri, poi in Germania per un periodo d’addestramento. Fu spedito quindi al fronte in Garfagnana contro le truppe anglo-americane. Nell’aprile del ’45 venne fatto prigioniero e inviato al Campo di concentramento di Coltano, fra Pisa e Livorno, fino all’ottobre. «Sono state esperienze drammatiche che ancora mi porto dentro. Così come la beffa finale». Beffa si materializzò con la scomparsa, a Livorno, dei documenti del suo stato di servizio. Lo Stato lo considerò un disertore, obbligandolo ad un altro anno di ferma. «Sono tornato spesso in quei luoghi e ho voluto ripercorrerli, alla ricerca del tempo perduto. Feci scelte coraggiose come molti miei coetanei. O forse si è trattato d’incoscienza, tanta è stata la paura. La guerra, quella guerra, è finita, eppure nell’animo l’8 settembre vive ancora e mi fa soffrire».

Bruno se ne è andato due anni fa, con i suoi ricordi, sereno e così nel nome della pace vogliamo ricordarlo.

Gian Ugo Berti

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