Gioco
Sant’Atto, il corpo rivela gli ultimi segreti
Le scoperte scientifiche dopo l’ultima ricognizione sulla mummia del grande vescovo conservata in cattedrale
Nessuna causa evidente di morte, anzi tutto sommato doveva essere una persona in salute, data l’età. Anemico, questo sì, e con molti denti cariati, ma all’epoca l’igiene orale non era un gran che.
Senza nulla togliere alle molte relazioni di carattere storico-politico-culturale, la comunicazione degli studiosi di paleopatologia dell’Università di Pisa sulle condizioni della mummia di Sant’Atto, esumata e controllata (persino con la Tac) nel dicembre 2019, in vista di quest’Anno santo iacobeo, era una delle più attese del convegno su Sant’Atto. A presentarne le conclusioni, Agata Lunardini e Simona Minozzi, in una relazione a due voci che ha offerto molti spunti interessanti.
Intanto la conferma che, nel sepolcro che tutti i pistoiesi possono vedere nella cappella del Crocifisso in cattedrale, avvolto in vesti vescovili, c’è una persona mummificata in ottime condizioni di conservazione, come era già stato confermato nelle precedenti ispezioni (ultima quella del 1953, sotto il vescovo Debernardi). L’esame del corpo con i mezzi tecnologici adesso a disposizione, ha consentito di mettere in luce – come detto - l’assenza di patologie particolari, a parte l’anemia. L’uomo presenta un certo schiacciamento di alcune vertebre, tipico di chi va molto a cavallo. I polmoni della mummia, poi, sono pieni di tracce di carbone, spiegate dal fumo prodotto dai tanti fuochi che all’epoca si utilizzavano per fare luce e calore. L’uomo in questione mangiava cibo ricco di proteine – anche di pesci – e lo zucchero gli ha guastato molti denti. L’analisi con lo spettrometro ha consentito di verificare come compatibile la data ipotizzata di morte (1153). Impossibile però chiarire una volta per tutte il luogo di nascita. Il gruppo di Pisa l’ha studiato utilizzando le quantità relative di un particolare elemento, lo stronzio. Ma disponevano solo di una mappa delle concentrazioni relativa all’Italia. Dalla quale si è potuto ricavare che la nascita in Val di Pesa (a Passignano) sarebbe compatibile. Ma rimane aperta la possibilità che Sant’Atto fosse nato in Portogallo.
Alto un metro e 69, il corpo mummificato che – anche secondo gli studiosi di paleopatologia – non c’è motivo di non attribuire a Sant’Atto ha anche tracce di bruciature sulla pelle. Ma con ogni probabilità si tratta del risultato di una antica esposizione alle candele.
Finite le indagini, Sant’Atto è stato ricollocato al suo posto, in cattedrale. Dove i pistoiesi potranno continuare a venerarlo. —
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