Il Tirreno

Pistoia

«Quello è mio padre» Le storie dei giovani dietro la foto più nota della Resistenza

elisa pacini

Parla Gianni Giorgetti, figlio di Enzo, uno dei ragazzi della “Fantacci” immortalati nell’immagine divenuta un simbolo della lotta partigiana 

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il racconto

elisa pacini

Un’immagine vera e talmente forte da diventare iconica dell’uguaglianza tra uomini e donne nella Resistenza. Lo dicono gli storici e soprattutto lo certifica la storia della foto più famosa della Liberazione di Pistoia, con le sorelle Cecchi in primo piano nel gruppo di partigiani ritratto da un fotografo americano al seguito delle truppe alleate, in cui la potenza dell’immagine ha travolto tutto il resto. Anche il luogo dove è stata scattata, tanto che fuori Pistoia non è mai citata la città (anche perché era ed è di proprietà americana, come abbiamo raccontato in un articolo il 25 aprile).

Col passare del tempo, la forza dell’immagine rischia di travolgere anche le singole storie che si intrecciano alla Storia con la S maiuscola. Come quella di Enzo Giorgetti che – nell’immagine – svetta con la sua figura alta e snella dietro al fucile a spalla di Marino Gabbani, in mezzo alle sorelle Cecchi.

Un esemplare di questa foto Gianni Giorgetti, figlio di Enzo, militante del Partito comunista ed ex dipendente comunale scomparso nel 2000, ce l’ha portata in redazione dopo aver scritto una lettera in seguito all’articolo del 25 aprile.

Dopo averla vista campeggiare sui muri per questa o quell’altra ricorrenza, dopo averla vista stampata su pagine lucide di riviste e libri, fa quasi effetto prendere in mano la piccola foto che Giorgetti ha ritrovato nei cassetti del babbo. «Non so – dice – come mai il babbo ce l’avesse, forse gliel’avevano data proprio le sorelle Cecchi ma non so chi l’avesse data a loro, sicuramente molto tempo dopo lo scatto» . Gianni mostra anche il retro, dove il padre ha appuntato con una china nera i nomi di tutti i ragazzi della foto, scattata durante un «colloquio con un reporter di guerra americano» all’angolo tra via Curtatone e via Abbi Pazienza, datata 7 settembre 1944. Il giorno dopo Pistoia sarebbe stata liberata dall’occupazione nazifascista.

Ha appuntato tutti i nomi Enzo Giorgetti, quasi premonitore del rischio logoramento della memoria storica. Tutti, ma non il suo. «Non è mai stato uno che voleva apparire», dice Gianni parlando dell’attivismo che il padre ha portato avanti tutta la vita, tra Anpi, Istituto storico della Resistenza e Partito comunista di cui al massimo ha ricoperto il ruolo di consigliere di circoscrizione. Un attivismo di sezione e non di cariche, condiviso anche dopo la guerra con le sorelle Cecchi che, come Giorgetti, hanno preferito continuare ad impegnarsi per gli altri tra la gente in nome di quell’ideale forte in cui credevano.

La foto che Gianni Giorgetti ci mostra è poco più grande della tessera da membro della “Formazione Fantacci”. O della tessera del Pci datata 1945, un ricordo ed un cimelio allo stesso tempo, vista la firma dell'allora segretario Palmiro Togliatti. «Spesso si parla di foto simbolo delle donne della Resistenza – dice Gianni Giorgetti – e con il grande rispetto dovuto alle sorelle Cecchi, amiche e “compagne” di mio padre per tutta la vita, dico che in questa foto è giusto dire che ci sono anche dei ragazzi di nemmeno vent’ anni, disposti a rischiare la vita per un ideale. Mio padre non si vantava, ma era orgoglioso di aver preso parte alla lotta di Liberazione».

Alla "Fantacci” appartenevano tutti i ragazzi della foto, come appuntato da Enzo. Lele Bemporad, Liliana Cecchi, anche lei staffetta, come "Liliana di San Felice" ovvero Bumeliana Pisaneschi , Lina Cecchi e Ilva Ferretti detta "Raffaella", cugina di Enzo sulla sinistra della foto. Poi ci sono Marino Gabbani e «un russo», così scrive Giorgetti. «Non c'è il suo nome, né si sa il suo ruolo – dice il figlio del partigiano – forse era un prigioniero dei tedeschi scappato, forse un militare che dava competenze specifiche ai partigiani, anche perché c’era l'idea che la Rivoluzione d'ottobre arrivasse fino qui. Gli alleati chiesero ai partigiani di riconsegnare le armi dopo la Liberazione proprio per il timore che si unissero alle forze dell'est, ma alcuni non le riconsegnarono e nemmeno mio padre».

La "Pistoia città aperta" dopo la Liberazione trapela dai racconti che babbo Enzo ha fatto al figlio. «Mi parlava delle case vuote perché erano tutti sfollati – chiude – di aver dormito nei palazzi nobili dove non aveva mai messo piede. Mi diceva che fu ferito in quei giorni perché la guerra non era finita, i tedeschi cannoneggiavano dalle montagne dove c'era la Linea Gotica. Si avvicinò ad un carrarmato americano che gli dette una garza intrisa di penicillina. Loro l'avevano già, lui non ne aveva mai viste una». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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di Redazione web