Il Tirreno

Pistoia

Quando a Pistoia i vaccini si facevano con noci, fichi secchi miele e vino greco

Antonio Lo Conte
Quando a Pistoia i vaccini si facevano con noci, fichi secchi miele e vino greco

Nel 1630, scrive lo storico Salvi, poco dopo l’arrivo della peste in città un medico pistoiese aveva messo a punto una ricetta anti-contagio  

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Fichi secchi grassi, noci monde, ruta fresca, miele schiumato e vino greco. A metà fra un farmaco per curare e un vaccino per prevenire, poco dopo il 1630 fu un medico pistoiese a proporre una ricetta per debellare quel gran mal del contagio. Trasmessaci dalle cronache dell’epoca, trovò vasto seguito in un’Europa devastata dalla peste nera di manzoniana memoria. Così come, nel secolo precedente, la sorta di pillola proposta da un altro medico, ben più noto di lui, Michel de Nostredame, dai più conosciuto come Nostradamus.

Oggi, a distanza di poco più di un anno dalla comparsa di un’altra grande moderna peste, a tempo di record sono stati scoperti e prodotti diversi vaccini per debellare il Covid.

Non così nel passato quando, per secoli, il genere umano è stato periodicamente falcidiato da mortali epidemie. E quando, l’unico rimedio relativamente efficace – quello sempre attuale – era il distanziamento sociale, assieme ad altre misure contenimento, ma nulla di più.

Nel Medioevo e oltre, si potevano riscontrare visivamente i sintomi e gli effetti del contagio del vaiolo, del tifo, della peste bubbonica, ma cosa causasse queste malattie, per medici e cerusici, restava sempre un mistero. Il popolo, invece, non aveva dubbi: erano tutte punizioni divine inflitte per chissà quali terribili peccati commessi.

La diffusione incontrollabile ha da sempre alimentato la fantasia di chi aveva necessità di dare una forma fisica a un mortale nemico di fatto invisibile per la scienza del tempo.

Come la breve inedita raffigurazione nel nostro territorio del «mal del contagio», ossia della seicentesca peste nera del Manzoni, riportata in una lettera del 3 giugno 1631 redatta dal Vicario della Valdinievole. Che, in premessa scrive: «Il mal del contagio che va serpendo qua e là per questo Vicariato mi fa fuor di modo temere di qual che gran rovinaii…».

Sembra quasi di vedere quest’ufficiale fiorentino, seduto al suo scrittoio nel palazzo dei Vicari di Pescia, oggi sede del Comune, mentre pensoso, impotente ed affranto per le oltre 4. 000 anime che la peste nera si era già portato via dal territorio mentre, intinto il pennino nel calamaio prova a descrivere ai deputati alla sanità dei Comuni soggetti a cui si rivolge, la sua immagine mentale del subdolo modo di propagazione della peste: «serpendo qua e là» ossia associandola al sinuoso incedere del serpente, simbolo del male per eccellenza.

E che la situazione fosse davvero seria, si riscontra anche nel Bando per il Contado del Granduca Ferdinando del luglio 1631, attraverso il quale gli «Offiziali di sanità della città di Firenze», vista la grave pestilenza in Valdinievole e la «disobbedienza di molti pertinaci e miscredenti» che trasgredivano alle disposizioni di contenimento del contagio, nominavano «Commissario generale di Sanità per la Valdinievole e Pescia» il capitano Lorenzo Guicciardini, «Nobil Fiorentino». In pratica esautorando il nostro afflitto Vicario. La nomina conferiva inoltre al Commissario «autorità e balia suprema di emettere ordini provvisioni e commissioni» con facoltà di infliggere pene per i trasgressori fino all’ultimo supplizio della morte». Il tutto «a suo piacimento e libero arbitrio senza formar processo» nonché, si precisava, «in quel modo, tempo e luogo che li parrà più espediente e necessario».

Chiaramente questo drammatico scenario, funestato dall’epidemia di peste nera in atto e scandito da contagi, morti e continue restrizioni ai movimenti e alle attività economiche, era il medesimo che stavano vivendo anche gli abitanti di Pistoia, dove, tanto per esser chiari «fuori di tutte le Porte furono innalzate le forche per castigare i disobbedienti».

Il Magistrato di Sanità aveva inoltre pubblicato un bando che abrogava la pena per l’omicidio di chi, per eludere furbescamente la vigilanza avesse percorso strade secondarie, precisando perciò che «chi fusse trovato fuori delle strade maestre, e fusse ammazzato, non fusse l’homicidiale a minima pena sottoposto».

Insomma, tutti a casa.

Fu in questo contesto che, nel 1630, poco dopo l’arrivo dell’epidemia in città, proprio a Pistoia un medico aveva inventato una sorta di farmaco contro la peste, a metà tra cura e vaccino. Poteva essere la svolta. A dirci come andarono i fatti è lo storico ed ecclesiastico Michelangelo Salvi nelle sue “Historie di Pistoia e Fazioni d’Italia”. Questi riferisce che «l’esperienza mostrò utilissima in questi casi la ricetta» di questo medico e fisico pistoiese il cui nome era Giovan Battista Fidelissimi, tra l’altro autore di diverse opere date alle stampe.

La ricetta del farmaco/vaccino anti peste che, grazie a Dio, il Salvi ha tramandato per la storia e «a benefizio di chi mai n’havesse bisogno», era composta dai seguenti ingredienti: Una libra di fichi secchi grassi posti a mollo in acqua comune, mezza libra di noci monde, tre once di ruta fresca e un’oncia di sale. Il tutto andava mischiato e pestato a dovere in una libra di miele ben schiumato e netto insieme a mezza libra di zucchero. La posologia prevedeva quindi di assumere la pozione «pigliandosene quanto una noce ogni mattina a digiuno con un poco di (vino) greco, o d’altro generoso vino».

Per quanto «utilissima», la ricetta anti peste del dottor Fidelissimi non risulta aver riscontrato gli effetti sperati per debellare l’epidemia a Pistoia.

Invero, prima di lui, nel Cinquecento, una specie di pillola, che si riteneva contenere proprietà di prevenzione contro la peste, l’aveva inventata un medico molto più famoso. Si tratta di Michel de Nostredame, meglio noto come Nostradamus, che fu anche «astrologo e scrittore di profezie». Il farmaco/vaccino si otteneva bollendo trucioli di cipresso, radice di iris, chiodi di garofano, calamus dolce (chiamato anche Canna odorosa, una pianta erbacea palustre) e aloe. Il tutto era poi diviso in piccole palline e fatto seccare al sole. Alla fine ogni pallina era avvolta in petali di rose, da cui il nome di «pillola rosa».

Anche in questo caso, purtroppo per la medicina, il preparato non aveva avuto l’effetto sperato, tanto che sia la moglie che i figli del grande medico francese morirono proprio di peste nel 1537.

Fortunatamente oggi i tempi sono cambiati e la ricerca medica e farmacologica ha fatto passi enormi. I risultati raggiunti per la realizzazione dei vaccini anti Covid 19 in così breve tempo hanno dell’incredibile. Certamente i problemi non sono mancati, ma è altrettanto certo che per salvare vite umane da gravi malattie ed epidemie, la strada maestra da continuare a percorrere è soltanto una: quella della scienza, «whatever it takes», costi quel che costi, specie in questo difficile periodo storico. —

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