Gioco
Alberto, detto Berzi scolaro “invisibile” salvo dopo una fuga solitaria in Veneto
La storia del secondogenito della famiglia Baumann che lasciò Montecatini in seguito alla strage del Padule
Simona Peselli
Piazza dell’Unità a Trieste, 18 settembre 1938. Più di centocinquatamila persone ascoltano ed esultano in adorazione. Dal balcone Benito Mussolini annuncia la promulgazione delle leggi razziali. “Nella politica interna il problema di scottante attualità è quello razziale. Noi adotteremo le soluzioni necessarie anche in questo campo. Coloro i quali fanno credere che noi abbiamo obbedito a suggestioni sono dei poveri deficienti contro cui non sappiamo se dirigere il nostro disprezzo o la nostra pietà. Il problema razziale non è scoppiato all’improvviso. La storia ci insegna che gli imperi si conquistano con le armi, ma si tengono con il prestigio. E per il prestigio occorre una severa coscienza razziale. Il problema ebraico non è dunque che un aspetto di questo fenomeno. L’ebraismo mondiale è stato un nemico del partito”.
Quattrocento chilometri a sud di Trieste, in una graziosa cittadina termale conosciuta già in tutta Europa per le sue acque miracolose, Bagni di Montecatini, in un appartamento in via Cappellini a piano terra c’è un bambino che non sta più nella pelle. Fra pochi giorni potrà indossare un bel grembiule nero con un grande fiocco e varcare per la prima volta il grande portone della scuola elementare. All’anagrafe si chiama Alberto, ma in casa, e per gli amici con cui trascorre l’estate a pescare i ranocchi nel Salsero, è soltanto Berzi. Di cognome fa Baumann, la sua famiglia per metà arriva dall’Ungheria. Berzi è ebreo, ma a Montecatini finora questo non è mai stato un problema. La sua nonna gestisce una pensione. Il suo babbo lavora alle Terme e cura le pubbliche relazioni, conosce le lingue ed è un giornalista. Berzi ha anche una sorella, Iolanda, detta Loly, più grande di lui di quattro anni.
Berzi quella mattina d’autunno scopre cosa significa essere ebreo. Quando si presenta a scuola non lo fanno entrare. La sua iscrizione è stata cancellata. Con le lacrime agli occhi torna a casa, sconsolato. Ma per il bambino accade il primo miracolo. La sera a casa Baumann si presenta il maestro. È più mortificato di Berzi. Le leggi razziali sono un’ingiustizia. Parla con Alessandro, il papà di Berzi, e trova una soluzione: il piccolo potrà frequentare la scuola ed imparare a leggere e scrivere, ma non potrà essere inserito nel registro. Sarà un alunno fantasma, ma almeno non perderà la scuola.
Quell’anno Berzi capisce per la seconda volta cosa significa essere ebreo. Suo padre viene mandato al confino a Potenza. Pochi mesi dopo muore di crepacuore la sua mamma Estella. E lui e la sorella restano da soli a Montecatini con la nonna. È il 23 agosto 1944. Un reparto della ventiseiesima Divisione corazzata tedesca agli ordini del generale Peter Eduard Crasemann firma l’eccidio del Padule di Fucecchio. Sono 174 fra uomini, donne e bambini ad essere massacrati.
La notizia arriva facilmente a Montecatini. Rastrellamenti, deportazioni, fucilazioni. Parole che martellano il quotidiano della nonna di Berzi e Loly. Come poter salvare i nipoti diventa un chiodo fisso. Senza indugio si rivolge al prete,che nasconde la femmina dalle suore dell’istituto Don Bosco della città, mentre per il maschio decide sia meglio mandarlo in Veneto da un suo collega che in parrocchia sta cercando di mettere al sicuro più bambini possibili. Così a soli 10 anni il bambino ebreo da Montecatini parte da solo, in treno, per il Veneto. Ma dopo un viaggio interminabile, arrivato alla parrocchia scopre che il parroco è sparito, sicuramente fucilato dai fascisti. Impaurito scappa nelle campagne e comincia il suo lunghissimo viaggio di ritorno verso la Valdinievole. La storia di Berzi è ripresa da “Le vite sospese” di Andrea Lottini, una ricerca accurata di vicende e memorie della Shoah nel Pistoiese. —
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