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Pistoia

la protesta 

«Severino è stato trattato come se avesse il Covid quando era negativo»

Martina Trivigno
«Severino è stato trattato come se avesse il Covid quando era negativo»

I familiari non hanno potuto rivederlo perché il secondo tampone non era arrivato e nell’incertezza il corpo è stato subito chiuso nel feretro

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PISTOIA. Il suo nome compariva tra quelli di chi è stato ucciso dal Covid-19. Ma Severino Aldo Bartolozzi, 78 anni, originario di Lamporecchio e residente da moltissimi anni a Pistoia, il coronavirus non l’aveva mai contratto. Lo testimoniano – raccontano i familiari – i due tamponi negativi eseguiti durante il suo ricovero all’ospedale San Jacopo di Pistoia, dove era arrivato il 10 dicembre scorso per un’insufficienza respiratoria. E dove è spirato soltanto due giorni dopo, per una serie di complicazioni che, purtroppo, sono sopraggiunte. Ma, oltre alla morte di una persona cara, c’è un aspetto che alla famiglia Bartolozzi ha tolto il sonno: il fatto che non abbiano potuto rivedere il loro congiunto neppure un’ultima volta. Il motivo? Le disposizioni stringenti per limitare la diffusione del contagio da Covid-19.

«Che però Severino non aveva – precisano i familiari – anche se le cose non cambiano, visto che è stato trattato come se lo avesse».

Una storia paradossale per la quale la famiglia del 78enne ora chiede chiarezza. «Accederemo alla cartella clinica perché così non si può: il nostro congiunto avrebbe potuto avere un funerale dignitoso, invece nulla», spiegano.

Tutto è cominciato il 10 dicembre scorso, quando Severino Aldo Bartolozzi, nel cuore della notte, inizia a respirare male. Ha la tosse, la febbre alta. Decide allora di chiamare il 118: arriva un’ambulanza che lo trasporta al pronto soccorso. «Lì gli viene fatto un tampone, che darà esito negativo – spiega la famiglia – Così viene trasferito prima nel setting b e poi in quello a. Il giorno dopo, l’11 dicembre, i medici ci dicono che stava un pochino meglio. Abbiamo sperato tanto che si riprendesse, ma così non è stato: la mattina seguente, alle 4, squilla il telefono. Chiamano dal reparto, ci dicono che il nostro congiunto non ce l’ha fatta. Ma che, se vogliamo, più tardi possiamo vederlo». Da lì, però, tutto è precipitato. «Dall’obitorio ci chiedono di contattare in fretta l’agenzia funebre e nel frattempo chiediamo al reparto dell’ospedale la restituzione degli effetti personali e l’otteniamo – aggiungono i familiari – Peccato che un ultimo saluto al nostro congiunto non ci sia stato concesso. Veniamo a sapere che si tratta di un sospetto caso Covid e, come tale, il protocollo impone la chiusura del defunto subito nel feretro. Restiamo sconvolti, non capiamo cosa sia successo». Sì, perché la famiglia, come unico riferimento, ha quel tampone negativo che risale, ormai, a diversi giorni prima. «Abbiamo chiamato in reparto per avere spiegazioni – aggiungono i familiari – e veniamo a sapere che il nostro congiunto era stato sottoposto a un ulteriore tampone, l’11 dicembre scorso. Di quel test l’esito non era ancora arrivato al momento del funerale. Così era stato deciso, secondo quanto ci è stato riferito, di trattare il nostro congiunto come sospetto caso Covid. E di predisporre il funerale come se avesse contratto il coronavirus. Questa storia è assurda e ci fa restare con moltissimi dubbi. Non abbiamo potuto salutarlo, fare in modo che avesse un funerale dignitoso. Anche questo gli è stato tolto, dopo già tanta sofferenza». A posteriori, la famiglia di Severino Aldo Bartolozzi ha saputo che quel secondo tampone (il cui esito non era pervenuto) era in realtà negativo. «Oltre al danno pure la beffa – concludono i familiari del 78enne – Speriamo che sia un caso isolato e che, in linea generale, ci sia maggiore attenzione. Si tratta di persone, non di numeri». –

Martina Trivigno

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