Gioco
L’export pistoiese nella voragine del Covid Scarpe a picco, vivai giù, bene solo la carta
In Toscana nei primi sei mesi dell’anno Pistoia (-35 per cento) è la provincia più colpita dopo quella di Massa Carrara
PISTOIA
Sono da brividi i numeri che fotografano l’andamento delle vendite all’estero della provincia di Pistoia nei primi sei mesi dell’anno, così come li ha messi in fila l’ufficio studi di Confindustria Toscana Nord. Complessivamente, Pistoia in dodici mesi ha perso il 35 per cento del suo export rispetto al gennaio-giugno 2019. Ovviamente il crollo è in massima parte responsabilità del lockdown da Covid, ma val la pena notare che non c’è nessun’altra provincia in Toscana, a parte quella di Massa Carrara, che fa peggio di Pistoia (-53,4%). Persino Prato, con il suo distretto tessile praticamente chiuso dall’emergenza Covid, ha visto calare meno di Pistoia le sue vendite all’estero, che sono scese del 21,8%. E inevitabilmente, a questo punto Pistoia è ancora una volta la Cenerentola della Toscana del nord (area Lucca, Prato, Pistoia) dove il crollo si è fermato – si fa per dire – al 21,4%.
Nei primi sei mesi del 2020 le aziende pistoiesi hanno effettuato vendite all’estero per 593,17 milioni di euro. Cosa c’è dentro questa cifra? Quali merci prodotte all’interno del territorio provinciale finiscono all’estero? La voce di gran lunga più importante si conferma quella delle “piante vive”, cioè i prodotti vivaistici. Il valore complessivo dell’export verde nei primi sei mesi dell’anno è stati di 150,82 milioni di euro. In pratica ogni quattro euro di merci esportate, uno è da far risalire ai vivai targati Pistoia. Anche qui, ovviamente, il Covid ha fatto sentire la sua pressione, ma il calo rispetto al primo semestre 2019 è rimasto contenuto nel 17,1% e i dati dicono che gli ultimi tre mesi, in proporzione, sono andati meglio dei primi.
La seconda voce delle nostre vendite all’estero sono i prodotti tessili, che perdono il 16,7% sul primo semestre 2019; in particolare gli “altri prodotti tessili” (gruppo che include la fabbricazione di prodotti come tessuti a maglia, biancheria, tappeti e tappetini, corde, nastri, passamaneria eccetera).
Vanno malissimo le calzarture, con soli 35,81 milioni di euro venduti all’estero e un crollo tendenziale del 59,1%. Viceversa, l’unica cartegoria che cresce è quella della carta e prodotti in carta (anche perché ha subito meno di altre le asprezze del lockdown): 43,44 milioni e un aumento del 31,6% rispetto al primo semestre 2019.
Una curiosità: in questi primi sei mesi dell’anno è venuto totalmente meno il contributo delle vendite all’estero delle aziende ferroviarie (Hitachi e simili), anche perché il flusso di vendite nel settore è fortemente discontinuo e legato al completamento delle singole commesse.
Guardando infine ai mercati di sbocco, si scopre che i tre quarti delle vendite all’estero delle aziende pistoiesi è circoscritto all’Europa, con la Germania che assorbe il 14% del totale e la Francia il 13%. Poco finisce su mercati più lontani (e più difficili da raggiungere per piccole imprese) ma forse anche più dinamici: il 10 per cento del totale in America (soprattutto Usa e Canada) e il 9% in Asia. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google