Toscana
Una scuola grande come il mondo nell’era della globalizzazione
Uno sguardo sui percorsi di inclusione ci dice che molti stranieri cresciuti nelle nostre aule oggi partecipano alla crescita della società
L’immigrazione delle persone straniere a Pistoia è cominciata alla fine degli anni ’80. Inizialmente si trattava soprattutto di giovani che si spostavano verso l’Europa in cerca di lavoro. Con il tempo sono iniziati i ricongiungimenti familiari e le scuole hanno accolto i primi bambini provenienti da queste famiglie. Non era la prima volta che avevamo a che fare con questo fenomeno: osservo la fotografia della mia prima elementare – siamo nel 1974 – e vedo le facce di tanti compagni arrivati dal Sud, trasferiti con le famiglie in Toscana perché c’erano più occasioni di lavoro. Molti di loro parlavano soltanto dialetto e la comunicazione non sempre era facile.
Con i bambini provenienti dagli altri Paesi del mondo all’inizio è stata un po’ la stessa cosa: gli insegnanti hanno dovuto inventarsi un modo diverso di fare scuola. Quelli che arrivavano negli anni ’90 venivano inseriti in qualunque momento dell’anno e si ritrovavano in classe con i compagni che erano già avanti con i programmi. C’erano anche molti “grandi”: ragazzi di 14, 15 anni che arrivavano senza i genitori e andavano integrati nei percorsi scolastici. Gli insegnanti fecero miracoli.
Nel tempo la situazione è molto cambiata, le istituzioni sono intervenute con nuovi strumenti, sono stati attivati percorsi di sostegno con i mediatori linguistici, sono stati creati supporti didattici ad hoc. Il numero degli stranieri è aumentato, molti di loro sono diventati cittadini italiani, i loro bambini sono nati in Italia.
Oggi in provincia di Pistoia, secondo l’Osservatorio regionale educazione e istruzione, ci sono quasi 3.000 studenti non italiani, più del 13% della popolazione scolastica totale. Si tratta in gran parte di bambini nati in Italia. Il loro percorso di inclusione è compiuto e condividono gli stessi problemi che riguardano il mondo della scuola al pari dei loro amici italiani. Infatti la scuola pistoiese non è messa affatto bene da questo punto di vista: l’indice di criticità riportato dalle statistiche (la somma da diversi indicatori sull’insuccesso scolastico) pone Pistoia a livello 4 di criticità, il peggiore in Toscana insieme a Prato.
In questo periodo poi la scuola deve fronteggiare anche tutti i guai generati dal Covid-19. Sicuramente anche stavolta gli insegnanti riusciranno a salvare l’anno scolastico, ma come sempre a prezzo di enormi fatiche. Fra le loro emergenze tuttavia la presenza degli alunni stranieri non sarà al primo posto, perché la storia del loro inserimento nelle scuole pistoiesi ci parla di un percorso virtuoso ormai non più emergenziale. I ragazzi che provengono da famiglie un tempo straniere sono cresciuti e oggi frequentano licei e università, partecipando in mille modi alla crescita della nostra società.
Purtroppo restano alcune gravi zone d’ombra, come quella che riguarda i bambini rom di Pistoia, quasi tutti italiani. Dopo un lungo periodo in cui erano stati favoriti gli interventi socio-educativi rivolti ai ragazzi che frequentavano la scuola elementare e media, oggi questi ragazzi si trovano di nuovo in grande difficoltà, con una intollerabile percentuale di abbandoni. Per loro sono tanti gli ostacoli, in primo luogo il basso livello di istruzione dei genitori, le condizioni di vita disagiate, le regole e la disciplina necessarie per rapportarsi con la scuola come istituzione. I bambini rom rappresentano una triste eccezione in un percorso storico positivo, e neppure si intravedono gli opportuni interventi istituzionali che consentano loro di affrancarsi dall’umiliazione di ritrovarsi sempre seduti all’ultimo banco, nella fila di fondo. —
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