La protesta
Quando S. Lodovico apparve nel cielo brandendo la spada e salvò Serravalle
Tra storia e leggenda affonda le radici agli inizi del Trecento l’origine della venerazione verso il santo patrono del paese
Il suo nome sarebbe San Ludovico di Tolosa, ma a Serravalle Pistoiese, paese di cui è il patrono, è venerato come “San Lodovico”. Una ricorrenza che viene celebrata il 19 agosto, oggi. Quest’anno, a causa delle restrizioni sanitarie, in forma necessariamente ridotta.
Le origini della venerazione del Santo sono medievali e si confondono tra storia e leggenda. La tradizione vuole che un uomo e un bambino, giunti come viandanti a Serravalle in stato di povertà e bisogno, fossero stati accolti, sfamati e ospitati dagli abitanti senza chiedere nulla in cambio. Al momento di ripartire, commosso e grato per tanta generosità, il bambino aveva giurato che mai avrebbe dimenticato Serravalle e la sua gente. Bambino che – si era saputo poi – era nientemeno che Ludovico d’Angiò, figlio di Carlo II d’Angiò, re di Sicilia e pronipote di Luigi IX di Francia il quale, assai pio e religioso, dopo aver rinunciato al regno di Napoli in favore del fratello minore Roberto, in umiltà era entrato come semplice frate nell’Ordine Francescano. Designato alla cattedra arcivescovile di Lione da Celestino V nel 1294, e consacrato vescovo di Tolosa nel 1296 da papa Bonifacio VIII, il 19 agosto del 1297 Dio l’aveva chiamato a sé a soli 23 anni. Il 7 aprile 1317 era stato proclamato Santo da papa Giovanni XXII.
Nel 1306, diversi anni prima della consacrazione, gli armati dell’esercito lucchese, dopo aver concorso con gli alleati fiorentini al vittorioso assedio di Pistoia e alla sua drammatica capitolazione, nel fare rientro a Lucca ed euforici per la vittoria conseguita, avevano deciso di assediare il castello di Serravalle per conquistarlo e punire i suoi abitanti accusati di aver sostenuto la sconfitta Pistoia. Gli ignari lucchesi, però, non potevano sapere che, di fatto, il castello di Serravalle era già sotto l’alta protezione celeste di San Lodovico, chiaramente divenuto santo dal giorno della morte, nove anni prima, nel 1297, in forza delle Leggi Divine e non undici anni dopo, nel 1317 secondo le leggi degli uomini. Tantomeno erano a conoscenza che il grande Santo non aveva mai dimenticato la promessa fatta in vita ai serravallini.
La riprova si ebbe proprio allorquando, stremati dall’assedio, i difensori di Serravalle stavano per capitolare sotto l’incalzante pressione delle soverchianti e meglio attrezzate truppe nemiche. Il miracolo avvenne proprio nel momento in cui i primi assaltatori lucchesi erano prossimi a scavalcare le mura di cinta e irrompere furiosamente nell’abitato. All’improvviso, preceduto da un fragoroso tuono, il cielo fu squarciato dal bagliore di una luce accecante. Tra lo stupore generale tutti voltarono lo sguardo verso l’alto rimanendo di sasso, a bocca aperta e con gli occhi sgranati. Straordinaria e impressionate la scena: al centro della luce, sospeso nell’aria e in tutta la sua maestosità, era apparso San Lodovico con in mano una spada di fuoco nell’atto di brandirla in difesa dei suoi amati serravallini.
La promessa era stata mantenuta. Terrorizzati e sgomenti, i soldati lucchesi abbandonarono all’istante scale, corde, rampini e arieti, fuggendo disordinatamente a rotta di collo fino a Lucca.
Come unica osservazione sul leggendario episodio, collocato temporalmente subito dopo la presa di Pistoia dell’aprile 1306, va rilevato che in tale periodo il castello di Serravalle si trovava già in mani lucchesi da circa quattro anni, vale a dire dal 6 settembre 1302. È in questa data, infatti, che al termine di un lungo assedio e per resa dei difensori, il castello era stato conquistato dagli eserciti alleati di Firenze e Lucca comandati da Morello Malaspina, il marchese lunigiano indicato come «vapor di Val di Magra» nella crudele e nefasta profezia che, nel XXIV canto dell’Inferno, Vanni Fucci rivela a Dante preannunciandogli la sconfitta dei Bianchi da parte dei Neri e il suo futuro quanto doloroso esilio. : «E detto l’ho perché doler ti debbia».
Ad ogni modo, è bene fermarsi qui, sia per rispetto verso la tradizione popolare sia perché, alla fine, a partire dal XIV secolo e fino ad oggi, ai serravallini è sempre importato poco sapere dove iniziasse la storia e finisse la leggenda e viceversa. Da secoli amano il loro San Lodovico e lui contraccambia benevolo proteggendoli. Il resto non conta.
Sono questi i motivi per i quali, nel tempo, volendo offrire al santo patrono una festa sempre più bella e ricca di iniziative, anche i costi per allestirla erano via via lievitati, fino a risultare eccessivi per le modeste finanze del piccolo comune. Proprio in questo senso troviamo una specifica norma di contenimento delle spese, che oggi diremmo di “spending review”, inserita nel quinto libro dello Statuto del comune di Serravalle del 1417, titolata “De modo et ordine tenendo in festo S. Ludovici. Rubrica XXXI”.
In essa si stabiliva che in futuro, per nessun motivo i tre castaldi di Serravalle – i quali, unitamente ai tre capitani di parte guelfa, formavano il governo collegiale comunale, eletto localmente ogni sei mesi a bilanciamento del podestà di nomina fiorentina, anch’egli in carica per un semestre – dovessero spendere una cifra superiore a 12 lire di denaro pubblico in occasione delle annuali celebrazioni della festa del glorioso confessore San Ludovico. Analogo divieto valeva per gli operai della chiesa di Santo Stefano.
A rendere più efficace la disposizione, laddove fosse stata elusa o ignorata dai castaldi o dagli operai, la seconda parte della stessa rubrica stabiliva e precisava senza mezzi termini che «si ultra dictas libras duodecim expendent intelligatur expendisse de eorum propria pecunia». Vale a dire che se avessero speso una somma superiore a quella autorizzata doveva intendersi che avrebbero pagato l’eccedenza di tasca propria.
L’ultima parte della disposizione statutaria ci dà uno spaccato dell’aspetto conviviale di questa bella festa popolare nel 1417. Indirettamente si ricava infatti che alcune vie o piazze del paese erano addobbate e occupate da tavole imbandite con abbondanti cibarie e bevande acquistate a spese del comune e offerte gratuitamente, su invito nominativo dei Castaldi, agli abitanti di Serravalle iscritti all’estimo. In pratica destinate esclusivamente ai residenti che pagavano le tasse. Agli stessi castaldi era fatto altresì divieto di invitare i non registrati all’estimo e obbligo di vigilare affinché nessuno invitasse tali persone o estranei a divertirsi, mangiare e bere a sbafo. I trasgressori erano sanzionati con la pena pecuniaria di 40 soldi, equivalenti a 2 lire, della quale la quarta parte spettava al podestà e il resto al comune.
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