Il Tirreno

Pistoia

le vittime 

La grande amicizia con Gino Bartali e l’idea del museo

M.D.

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pracchia

Erano fiorentini e abitavano a Bagno a Ripoli, ma a Pracchia erano praticamente di casa Andrea Bresci e Gabriella Massini. Si trova infatti a due chilometri e mezzo dal luogo della tragedia, nel piccolo paesino di Frassignoni, già nel comune di Sambuca, la villetta in cui da almeno mezzo secolo erano soliti trascorrere i loro periodi di ferie, che, dopo la pensione, si erano trasformati in mesi ed intere stagioni. Per questo, lì sui monti pistoiesi, in tanti li conoscevano tra coloro che, non appena si è diffusa la notizia della tragedia, sono accorsi sul luogo dell’incidente. E conoscevano, avendoli visti crescere, i loro due figli, Paolo e Fabio, ed anche i loro sei nipoti.

Ex rappresentante e poi dipendente della Manifattura tabacchi di Firenze, Andrea Bresci era un personaggio pubblico in quanto amico dell’indimenticato campione del ciclismo Gino Bartali e tra i protagonisti della creazione, a Ponte a Ema, alle porte di Firenze, del museo a lui intitolato e cheraccoglie i tanti cimeli che ricordano la vita del grande “Ginettaccio” nazionale”: dalla sua ultima bicicletta, alla borraccia in metallo; dalle maglie usate in corsa, alla tuta Rai indossata quando commentava il Giro d'Italia... Andrea Bresci era il presidente dell’associazione Amici del Museo del ciclismo “Gino Bartali” e aveva assistito il grande campione fino alla fine, per tutta la sua malattia, raccogliendone le confidenze, i ricordi e i più intimi desideri: nell’autunno 2018 partecipò con grande disponibilità alla realizzazione dell’audiolibro dedicato a Bartali.

«Ero presidente della società sportiva dove correva Gino Bartali da giovane – raccontava Bresci nel libro “Storie dal Giro” – Siamo diventati molto amici, lo frequentavo quotidianamente, sempre, dal giorno in cui ci siamo conosciuti fino all’ultimo. Era il 1987 quando pensai di dedicargli un museo perché lui non era solo un grande campione, era un grande uomo: dolce, scorbutico perché diceva sempre quello che c’era da dire, e sincero, veramente molto sincero. Mi venne questa idea del museo, ma lui non voleva... Disse “va bene” solo a patto che si fossero raccontate anche le storie di chi andava sì più piano di lui, ma facendo più fatica. Perché la fatica è il valore... Noi non eravamo amici, di più. Aveva tre figli, forse io ero il quarto».

Nella piccola Frassignoni, la sua seconda casa, assieme alla moglie Bresci era molto impegnato anche nella vita del paese, attraverso la Pro loco, almeno fino a tre anni fa, prima del doppio intervento al cuore. «Due persone solari, allegre. Gli piaceva venire quassù – racconta un amico del paese – Arrivavano ad aprile e se ne andavano a ottobre, novembre. Per poi tornare a Natale...».

«Con lei ho scherzato proprio ieri pomeriggio qua al bar – aggiunge un altro – “Guarda che pancia che hai” mi ha detto...». —

M.D.

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