La protesta
Così abbiamo indagato dolori, paure e speranze ai tempi del Covid-19
Ai timori per la salute propria e dei familiari si sono aggiunti quelli per l’economia Dalle nostre tre rilevazioni emerge una società ammaccata ma non in ginocchio
FILIPPO BUCCARELLI*
I modi di vivere ai quali eravamo ormai, quasi indolentemente, abituati a dare per scontati – potenzialità, sicurezza tecnologica, consuetudini economiche e politiche ma anche profonde disuguaglianze sociali apparentemente tamponabili ma alla fine irrisolvibili – sono stati messi a nudo da un virus. In quel breve periodo di tempo, la vecchia Europa e il mondo sono stati sconvolti. La nostra Italia, in centoventi giorni, si è ritrovata di fronte a tutte le sue fragilità: crisi economica strutturale di decenni, burocrazia soffocante, demografia squilibrata (sempre meno persone adulte occupate e in lavori sempre più flessibili e precari; costante diminuzione del numero delle nascite; numero crescente di anziani, i più colpiti dal virus, soli nell’ombra delle terapie intensive intasate o fra le mura delle case di riposo). Quanto questo sconquasso fosse profondo l’abbiamo sentito subito. In poche settimane abbiamo modificato tutto: lavoro, tempo libero, vita familiare, rapporti sociali. In una successione emotiva mai provata, all’inizio abbiamo negato e minimizzato, poi abbiamo avuto paura, ci siamo quindi arrabbiati e, infine, adattati. La tentazione di credere che sia stato un brutto sogno è ora forte. Altrettanto percepiamo, però, che per un lungo periodo niente sarà più come prima. Anzi, forse non lo sarà mai più. Il programma di indagine Covid-19: vita sociale, economia, politica e valori al tempo e dopo la pandemia nasce nei primi giorni del lockdown, promosso da PoieinLab, Istituto di Ricerca Sociale convenzionato con Cambio-Laboratorio sulle Trasformazioni Sociali (Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Firenze) e con sede a Pistoia sotto la direzione scientifica di chi scrive questo articolo. Come stanno cambiando la quotidianità, il modo di pensare l’economia nel rapporto con il territorio e gli stili di consumo? Come la sensazione di un nemico invisibile modifica il modo di guardare l’altro e quello di sentirlo vicino o lontano, prossimo o estraneo, simile o diverso?
Sono domande al centro della riflessione anche del Cipes (Centro di Iniziativa Pistoiese sull’Economia e sul Sociale) presieduto da Giorgio Federighi, commercialista, che ha creduto in questo progetto e ha deciso anche di co-finanziarlo, coinvolgendo un gruppo di esperti e professionisti – il commercialista e commentatore economico Alessandro Pratesi, i professori Daniela Fedi (docente di Economia Politica e Diritto) e Luca Gori (giurista della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa), Giovanni Federighi, economista, e Vincenzo Marasco, docente di Sociologia - che stanno collaborando alle rilevazioni, arricchendone gli ambiti di indagine e contribuendo all’analisi dei loro risultati.
Il programma finora svolto ha sondato gli atteggiamenti dei cittadini durante i tre mesi di emergenza e nel corso dell’ultimo mese di graduale riavvio delle attività lavorative “non essenziali”. Un periodo di tempo ristretto ma significativo, visti i cambiamenti repentini della situazione. Ciò che emerge dalle tre rilevazioni sin qui svolte è l’immagine di un Paese colpito ma resistente, preoccupato ma animato dalla speranza di uscirne, ammaccato ma non in ginocchio. Un Paese ancora cauto ma con la voglia di ricominciare, disposto a convivere con la minaccia, purché vi siano maggiore trasparenza nelle informazioni sanitarie, capacità di coordinamento e coerenza nelle misure da prendere, nonché una classe politica finalmente più preparata e professionale.
Se dal 20 marzo al 12 aprile il 52% circa del campione (490 casi) temeva per la propria salute ma soprattutto per quella dei familiari (80,3%) e dei parenti più anziani (93%), al termine (26 maggio - 15 giugno, 367 casi) chi si dice meno preoccupato di quanto non fosse all’inizio per il proprio stato fisico è il 47%, così come diminuiscono le paure per quello dei propri congiunti (42,8%) e, in parte, per quello dei propri anziani (33,4%, a fronte di un 37,8% di coloro che si dicono in allarme come tre mesi prima). Aumenta la preoccupazione per la situazione economica italiana (69,4%) e per quella europea (49%, rispetto a un 34,7% di chi si dice in allarme come all’inizio), così come il timore per possibili disordini sociali (55,1%) e per la tenuta delle istituzioni democratiche italiane (48,7%).
Un aspetto importante indagato è l’atteggiamento nei confronti dell’Europa e delle misure senza precedenti prese o in discussione. Se nella rilevazione svoltasi fra il 20 aprile e il 5 maggio (campione di 215 persone) quanti si sono dichiarati informati sul nuovo Mes (unica condizionalità: l’impiego dei circa 37 miliardi di euro a tassi pressoché nulli per spese sanitarie dirette o indirette) erano il 66% (oggi il 69%), il livello di conoscenza cala nettamente nel caso dell’acquisto per 1.350 miliardi di titoli di Stato da parte della Banca Centrale Europea (fondamentale misura anti-spread: ne sa solo il 47% del campione; era il 49% a inizio periodo) o in quello del Fondo Europeo per la Cassa Integrazione (il 51% rispetto al 43,3% a cavallo di aprile/maggio). Ad oggi (fra maggio e giugno) chi ritiene che si debba convintamente ricorrere al Mes è il 54,7% (i “no” 19,2%), mentre chi, a un ipotetico referendum, voterebbe a favore della permanenza dell’Italia sia nell’Unione Europea sia nell’Eurozona è il 70,1% del campione (a favore di un’Italexit è solo il 14,3%). —
*Docente universitario
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