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Pistoia

lotta allo spaccio 

Smantellata la “coop” della cocaina La base operativa era in un ristorante

paolo nencioni
Smantellata la “coop” della cocaina La base operativa era in un ristorante

In manette italiani e albanesi che rifornivano Pistoia e le province limitrofe: non c’era un capo, tutti davano una mano

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Il ristorante sequestrato si chiama Kalimera ma l’operazione l’hanno chiamata Kalispera, come dire, per chi mastica un po’ di greco, buongiorno spaccio e buonasera (o meglio buonanotte) spacciatori. Sì, perché l’indagine dei carabinieri che ieri ha portato all’esecuzione di 17 ordinanze di custodia cautelare in carcere e altre misure di custodia cautelare ha tolto dalla circolazione un gruppo italo-albanese che era il maggiore fornitore per i consumatori di cocaina e hashish. Principalmente in provincia di Pistoia, dove sono state documentate circa 6.000 cessioni negli ultimi dieci mesi, ma anche nelle province limitrofe.

Al centro di tutto una famiglia albanese che gestisce il ristorante greco Kalimera in via del Salsero a Montecatini. «Era tutto fuorché un ristorante. Di fatto era la base operativa per lo spaccio» ha spiegato ieri nel corso di una conferenza stampa il procuratore Tommaso Coletta, presenti il comandante provinciale colonnello Gianni Fedeli e i comandanti della Compagnia e del Nucleo operativo radiomobile, Steven Noccioletti e Cosimo Friolo. Per questo il ristorante è stato sequestrato insieme a due chili di cocaina e due chili e mezzo di hashish.

Tutto è partito da uno dei tanti controlli su strada, ha spiegato il colonnello Fedeli, nei confronti di un tossicodipendente che aveva messo in piedi una piccola rete di spaccio. Da lui i carabinieri sono poi risaliti a un paio di albanesi con un giro molto più importante: una cinquantina di clienti fissi che avevano con gli spacciatori la stessa dimestichezza dell’avventore del bar che entra e chiede “il solito”. In certi casi bastava uno squillo sul telefono cellulare per ordinare una dose, due squilli in caso ne volessero due. Talvolta poche parole: «Perché non ci prendiamo un caffè». Non c’era bisogno di specificare dove e quando, lo sapevano già.

Ma questi trucchetti non hanno smontato i carabinieri, che hanno piazzato qualche telecamera nei posti giusti, hanno intercettato telefonate e messaggi, ricostruendo pazientemente le relazioni di un gruppo che non è accusato di associazione a delinquere: erano tutti collegati tra loro e si davano una mano, ma non c'è una struttura criminale organizzata. Dai due albanesi si è poi risaliti al ristorante di Montecatini: arrivava da lì un particolare tipo di plastica col quale venivano confezionate le singole dosi.

Ovviamente gli spacciatori dopo un po’ hanno mangiato la foglia. Hanno chiesto a un meccanico (ora indagato per favoreggiamento) di bonificare le loro auto da eventuali “cimici” e sentendo il fiato sul collo (sono stati fatti otto arresti in flagranza durante le indagini) hanno allestito “laboratori volanti” per il confezionamento delle dosi affittando camere a ore o stanze nei bed&breakfast. La droga la prendevano in Emilia, Liguria e Piemonte (ieri un arresto è stato fatto ad Alessandria) e pare fosse particolarmente buona. Un paio di clienti-spacciatori avevano smesso di rifornirsi al Kalimera ma poi sono tornati perché i tossicodipendenti si erano lamentati per la qualità che si era abbassata.

E le donne del gruppo avevano un ruolo fondamentale. Tenevano i collegamenti tra gli uomini e, nel caso venissero fermate con troppi contanti addosso, potevano giustificarne il possesso dicendo che era il frutto della prostituzione. —

paolo nencioni

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