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l’intervista 

Il San Jacopo dopo lo tsunami del Covid «Così abbiamo dimezzato la Zona rossa»

Fabio Calamati
Il San Jacopo dopo lo tsunami del Covid «Così abbiamo dimezzato la Zona rossa»

Parla la direttrice dell’ospedale Lucilla Di Renzo: «I letti dedicati al coronavirus sono passati da 161 a circa 70» 

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PISTOIA

Lo tsunami del coronavirus ha investito l’ospedale San Jacopo poco dopo la metà del mese di marzo. Il reparto di terapia intensiva è arrivato ad avere 30 letti occupati su 37. Adesso la situazione è radicalmente cambiata, come conferma Lucilla Di Renzo, 56 anni, dall’aprile dello scorso anno direttrice dell’ospedale San Jacopo.

«Ad oggi la situazione è di 18 persone ricoverate per Covid, di cui 3 in terapia intensiva. Dopo più di una settimana senza ricoveri, da due giorni sono ripresi i ricoveri».

Nonostante queste oscillazioni, i numeri dicono che l’epidemia sta allentando la presa. Ma che dimensioni aveva raggiunto la “zona rossa” dentro il San Jacopo, cioè la parte dell’ospedale dedicata ai malati Covid?

«Siamo arrivati a 161 letti, di cui 37 di terapia intensiva. Il culmine dell’emergenza si è toccato il 22-23 marzo, quando in terapia intensiva siamo arrivati ad avere anche 30 ricoverati insieme. Durante le prime settimane di emergenza, le persone malate continuavano ad arrivare mentre ancora non c’erano dimissioni, che hanno cominciato a crescere dopo».

Insomma, in quei giorni siete arrivati al limite. Ma avete dovuto respingere qualche malato?

«No, questo non è mai successo, nonostante che il San Jacopo sia stato uno degli ospedali più sotto pressione».

Quali reparti hanno dovuto ridurre i loro spazi?

«Bisogna tener conto che l’emergenza ha fatto ridurre al minimo l’attività operatoria e gli interventi programmabili. Anche l’attività del pronto soccorso si è ridotta molto. Quindi lo spazio in più è quasi venuto da sé. Comunque abbiamo preso 60 letti alla medicina e 50 circa alla chirurgia. In pratica, abbiamo destinato al Covid la metà dell’ospedale che guarda verso monte, il lato B. Poi sono state importanti le strutture intermedie sul territorio, San Marcello e via della Crocetta, che hanno accolto degenti bisognosi di un’assistenza meno intensa».

La struttura del San Jacopo, un ospedale organizzato per intensità di cure e non con un modello tradizionale, vi ha aiutato?

«Direi che ci ha facilitato. È stato relativamente semplice definire i percorsi dedicati al personale delle aree Covid, così come realizzare una climatizzazione apposita, con tutta l’area Covid a pressione negativa per impedire la dispersione di agenti patogeni».

In un ospedale di vecchia concezione, come ad esempio il Ceppo, tutto questo sarebbe stato possibile?

«Alla fine il risultato sarebbe stato ottenuto lo stesso, agendo sui comportamenti invece che sulle strutture, quindi con un maggiore sforzo del personale».

Ora invece come sarà organizzato il San Jacopo?

«La parte Covid è stata notevolmente ridotta. Da 161 letti siamo passati a 70 circa, quindi meno della metà. Ci sono 40 posti letto per malati, più 4 posti di malattie infettive, ai quali vanno aggiunti 10 letti (su 16 totali) di malattie intensive. E poi ci sono 16 letti della cosiddetta “area grigia, che sarà molto utile per accogliere i pazienti con sospetta diagnosi Covid ma con tampone non positivo, che necessitano quindi di ulteriori accertamenti».

Cosa avete imparato dall’emergenza Covid?

«Intanto ad essere molto reattivi nei cambiamenti di organizzazione, ci siamo trovati in situazioni in cui non c’era tempo da perdere e siamo stati molto dinamici».

E poi?

«Saper curare il paziente nella sua interezza, realizzando davvero il modello per intensità di cure per il quale non è il paziente a muoversi ma i medici attorno a lui. Stavolta eravamo obbligati a lavorare in equipe, i pazienti infettati non potevano certo muoversi».

In queste settimane la città si è stretta attorno all’ospedale, con gesti di solidarietà e sostegno concreto...

«Queste iniziative ci hanno sorpreso, non ce le aspettavamo. Ma da dentro si avvertivano eccome. Mi ricordo gli striscioni all’ingresso, già quelli ci avevano riempito di gioia». —

Fabio Calamati



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