Gioco
L’indagine dell’Asl: «Nessuna causa certa per i tumori rari scoperti a Casalguidi»
I medici: non risultano elementi in comune tra le vicende degli otto malati. Non è una sorpresa, ma la ricerca prosegue
PISTOIA
Alla fine è uscito proprio il risultato più atteso. L’indagine epidemiologica dell’Asl Toscana Centro sui 7 casi di sarcomi (rari tumori dei tessuti molli) diagnosticati a Casalguidi tra il 2014 e il 2017 (8 casi se viene incluso anche uno risalente al 2006) ha scandagliato approfonditamente nella vita degli ammalati, ma non ha trovato nessun elemento in comune. Nulla che autorizzi a collegare quei tumori ad uno specifico fattore, capace di spiegare perché a Casalguidi, nel giro di pochi anni, si sono registrati tre volte e mezzo più casi di sarcoma rispetto a quanto avviene di solito. «Non abbiamo trovato il colpevole» ha sintetizzato Renzo Berti, direttore del dipartimento di prevenzione dell'Asl Toscana Centro, durante la conferenza stampa di presentazione dei risultati dell’indagine, ieri mattina all’ospedale San Jacopo.
Perché era l’esito più probabile? I tecnici Asl lo avevano già spiegato e lo ha ribadito ieri lo stesso Berti: «Questo genere di tumori rari a volte si presenta in concentrazioni particolarmente elevate nel tempo e nello spazio, quelle che chiamiamo “cluster”, per motivi che spesso rimangono non definiti, anche a livello di letteratura medica mondiale».
Ma cosa hanno fatto l’Asl e gli altri partner della ricerca, vale a dire l’Arpat, l’Agenzia regionale di sanità e l’Istituto toscano per la prevenzione oncologica (Ispro)? Lo ha spiegato nel dettaglio Francesco Cipriani, dell’unità funzionale epidemiologica. Applicando il protocollo internazionale in materia, i malati sono stati ascoltati (nel caso dei defunti lo si è fatto con i familiari) e poi approfondite la storia sanitaria individuale e familiare, le abitudini di vita, i luoghi di lavoro, gli ambienti frequentati, il tipo di acqua utilizzata.
Risultato, nessun fattore comune è saltato fuori. Per esempio, quanto all’acqua: 5 degli 8 casi sono sempre stati allacciati all'acquedotto pubblico; 5 degli 8 intervistati hanno riferito di bere acqua minerale in bottiglia da sempre e gli altri 3 acqua in bottiglia e di fontanelli pubblici, anche se uno di questi nel passato ha bevuto per alcuni anni acqua del suo pozzo. La vicinanza di aziende vivaistiche è stata sottolineata da 3 sole famiglie, mentre una sola abitazione si trova ad una distanza di circa 2 chilometri dalla discarica del Cassero. Poi 4 pazienti su 8 sono ex fumatori, mentre gli altri non hanno mai fumato. Siccome 3 su 8 avevano riferito di frequentare la chiesa, i tecnici hanno fatto un sopralluogo anche lì, senza scoprire niente di rilevante.
E allora? L’Asl è consapevole che un esito del genere, per quanto atteso, non è esattamente adatto a tranquillizzare una popolazione che da anni si chiede cosa ci sia di strano nel posto dove vive. Tanto più che il 24 aprile è morta Matilde Capecchi, 18 anni, la più giovane dei 7 malati.
«Quindi abbiamo scelto di proseguire lo studio compiuto sin qui, allargandolo, allo scopo di escludere fattori potenziali di rischio più che di scoprire cause» ha concluso Francesco Cipriani. Nuovi esami e nuove ricerche (vedi articolo qui sotto) che si svilupperanno nei prossimi mesi. —
fabio calamati
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