Gioco
La ricetta di Nilo Vivarelli, 41 anni di servizio «Il rapporto umano conta quanto gli esami»
Intervista al medico di famiglia che si è ritirato il Primo Maggio
il personaggio
Quarantuno anni di onorato servizio. E a dirlo sono le migliaia di pazienti di cui il dottor Nilo Vivarelli, 69 anni ancora da compiere, si è reso cura. In una forma non solo altamente professionale, ma umana: considerando il paziente, prima di tutto, una persona. Da venerdì scorso Vivarelli è andato in pensione e il Comune di San Marcello-Piteglio l'ha voluto ringraziare, proprio in occasione della Festa del Lavoro, con la consegna di una pergamena in omaggio alla sua carriera.
Dottor Vivarelli, in che anno si è laureato?
«Mi sono laureato nel 1979 in medicina generale specializzandomi in endocrinologia. Ed i primi ruoli da medico li ho svolti all'Accademia di Modena. Poi sono stato presente in Irpinia al tempo del terremoto e ho svolto per anni il ruolo di quello che una volta si chiama medico del lavoro, dal 1982 e fino alla chiusura, nell'allora Smi di Campo Tizzoro. Parallelamente svolgevo la mia professione di medico di famiglia sulla montagna pistoiese. Sostanzialmente sono stato sempre in questi paesi».
Come è cambiata la figura del medico in questi anni?
«Oggi la medicina è molto tecnologica ed è meno presente il rapporto di una volta tra medico e paziente. Oggi ci affidiamo molto agli esami, all'utilizzo di strumentazione non privilegiando il rapporto medico-paziente ma badando troppo a seguire le linee guida. Ed è passata in secondo piano l'analisi sul paziente fatta da ciò che vedi con i tuoi occhi e tocchi con le tue mani. Aspetto principale, invece, quando iniziai. Secondo me si dovrebbe recuperare un equilibrio tra i due metodi».
Lei è andato in pensione in una fase di emergenza sanitaria causata dal Covid-19. Le sue impressioni?
«Secondo me, un primo avviso di coronavirus era già presente alla fine di dicembre. Ma la sintomatologia era talmente varia che sicuramente è stata sottovalutata. La scelta dell'isolamento di questo periodo è stata l'unica strada per combattere il Covid-19. Magari potevamo trovare procedure più snelle per velocizzare certe operazioni. Perché l'apparato burocratico è un pachiderma ed invece certi iter sarebbero stati da snellire».
Un esempio?
«L'utilizzo dei tamponi li avrebbero potuti demandare a noi medici di famiglia che tutti i giorni viviamo sul territorio e conosciamo le realtà specifiche. Specie all'inizio anche noi eravamo allo sbaraglio e, per questa ragione, devo ringraziare molto il Comune di San Marcello-Piteglio che ha provveduto a munirci dei dispositivi di sicurezza personali prima di altri enti».
C'è già un suo sostituto?
«Certo. Si tratta di un giovane medico che si chiama Matteo Prati. Lui è di Maresca ed abita a Bardalone. Sono molto contento che sia lui. Avrà un incarico di un anno, ma mi auguro che possa rimanere. Matteo e la sua famiglia erano miei pazienti e mi gratifica che mi abbia sostituito lui. È un po' come se una certa tradizione non si spezzasse».
Cosa dice ai suoi assistiti?
«Vorrei ringraziare tutti i miei pazienti che in queste ore mi hanno dimostrato la loro riconoscenza ed attaccamento. Qualche tributo me lo sarei anche potuto aspettare ma questa valanga di manifestazioni d'affetto mi ha davvero piacevolmente travolto. Da una parte mi ha reso felice e dall'altra sento un po' di amarezza perché, visto questo affetto, è ancor più duro il distacco». —
Carlo Bardini
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